Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale, Feltrinelli, 1997

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copertinaUna piccola città nel cuore della Maremma, diciamo Grosseto, anche se nel romanzo non viene mai specificato; due fratelli, uno più estroverso e sportivo, un breve passato di calciatore, interrotto bruscamente da un incidente di gioco, l'altro, Marcello, più gracile e sensibile, più intellettuale. Tuttavia è il primo la voce narrante.

Il romanzo racconta l'Italia dei primi anni del dopoguerra, i pomeriggi di provincia lenti e lunghissimi, gli eruditi che evadono in sterili ricerche sulle origini della città, i più giovani e svegli che, pieni di rabbia verso il potere, guardano al nuovo mito dell'America, i primi fermenti culturali, il partito che promuove il lavoro culturale, la scoperta del cinema e del suo linguaggio, le biblioteche pubbliche viste finalmente non come musei dove conservare i libri, ma come strumenti per diffondere la cultura e l'alfabetizzazione in un paese ancora arretrato.

Lo scontro fra l'idealismo politico e la solidarietà con gli oppressi, di cui Marcello è paladino, da una parte e le chiusure e i pregiudizi di un ambiente retrivo dall'altra, vengono descritti con tenero sarcasmo.

Bianciardi ironizza, poi, sul linguaggio degli intellettuali di sinistra, stereotipato e fumoso, che prende il sopravvento sulla sostanza delle cose.
E' un'Italia nuova, quella che si viene plasmando nell'immediato dopoguerra. Quegli intellettuali dal linguaggio pretenzioso saranno i precursori dei giornalisti progressisti, dei sindacalisti, degli opinionisti della televisione di oggi.
Ma è una stagione che dura poco; alla fine prevalgono gli interessi familiari; tutti, anche i più idealisti, si sistemano, la gioventù svanisce, le illusioni pure.

Bianciardi racconta le giovanili speranze e le provinciali amarezze con una prosa virilmente asciutta, aspra, tagliente. Eppure piacevole, incisiva, saporita. Un libro, largamente autobiografico, breve e bello.

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