Una piccola città nel cuore
della Maremma, diciamo Grosseto, anche se nel romanzo
non viene mai specificato; due fratelli, uno più
estroverso e sportivo, un breve passato di
calciatore, interrotto bruscamente da un incidente di
gioco, l'altro, Marcello, più gracile e sensibile,
più intellettuale. Tuttavia è il primo la voce
narrante.
Il romanzo racconta l'Italia dei primi anni del
dopoguerra, i pomeriggi di provincia lenti e
lunghissimi, gli eruditi che evadono in sterili
ricerche sulle origini della città, i più giovani e
svegli che, pieni di rabbia verso il potere, guardano
al nuovo mito dell'America, i primi fermenti
culturali, il partito che promuove il lavoro
culturale, la scoperta del cinema e del suo
linguaggio, le biblioteche pubbliche viste finalmente
non come musei dove conservare i libri, ma come
strumenti per diffondere la cultura e
l'alfabetizzazione in un paese ancora arretrato.
Lo scontro fra l'idealismo politico e la
solidarietà con gli oppressi, di cui Marcello è
paladino, da una parte e le chiusure e i pregiudizi
di un ambiente retrivo dall'altra, vengono descritti
con tenero sarcasmo.
Bianciardi ironizza, poi, sul linguaggio degli
intellettuali di sinistra, stereotipato e fumoso, che
prende il sopravvento sulla sostanza delle cose.
E' un'Italia nuova, quella che si viene plasmando
nell'immediato dopoguerra. Quegli intellettuali dal
linguaggio pretenzioso saranno i precursori dei
giornalisti progressisti, dei sindacalisti, degli
opinionisti della televisione di oggi.
Ma è una stagione che dura poco; alla fine
prevalgono gli interessi familiari; tutti, anche i
più idealisti, si sistemano, la gioventù svanisce,
le illusioni pure.
Bianciardi racconta le giovanili speranze e le
provinciali amarezze con una prosa virilmente
asciutta, aspra, tagliente. Eppure piacevole,
incisiva, saporita. Un libro, largamente
autobiografico, breve e bello.
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