Paolo Negri, La mia Spal, Corbo Editore, 2004

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Dopo l'eredità culturale degli Estensi, a Ferrara uno dei principali fattori di identità cittadina, di ferraresità, è dato dalla squadra di calcio, la Spal, che quand'ero bambino si usava scrivere S.P.A.L., con tutte maiuscole, in quanto acronimo di Società Polisportiva Ars et Labor.

Un nome strano e magico, che colpisce ancora l'attenzione e la fantasia degli sportivi e di cui i ferraresi vanno fieri. Vestire la maglia biancoazzurra, - quelle sottili e aristocratiche righe verticali bianche e celesti -, giocando in una qualunque delle rappresentative, dagli allievi alla prima squadra, è l'ambizione di ogni ragazzino ferrarese che tiri calci a una palla e chi ci riesce acquisisce, in seno alla comunità locale, un rispetto e un'aura del tutto particolari, che niente riuscirà più a scalfire, al di là delle vicissitudini liete o drammatiche della vita.

Paolo Negri è il cronista sportivo de La Nuova Ferrara, che segue da anni le partite della Spal. È quasi un mio coetaneo, per cui la Spal che racconta nel suo libro è anche la mia Spal. I nomi e le leggende sono quelli che anch'io ho vissuto, da testimone oculare allo stadio, oppure attraverso le cronache dei giornali o i racconti di mio padre, sportivo più assiduo e informato di me. Alcuni dei personaggi tratteggiati nel libro ho avuto modo persino di incontrarli per strada, di scambiarci magari una battuta. Ferrara, d'altronde, è una piccola città, dove si finisce per incontrare tutti.

Il libro di Negri è molto garbato, ordinato e chiaro; sul filo dei personaggi evocati, ha liberato in me ricordi, memorie e sensazioni familiari, che travalicano l'ambito prettamente sportivo e si innestano con le vicende personali, con la mia originale esperienza di vita. 

Il calcio, come le canzonette, come i libri che abbiamo letto serve anche a questo: a scandire i momenti significativi della nostra esistenza, a evocare i nostri ricordi più personali, come la madeleine proustiana.

Il tono sommesso usato da Negri nel suo racconto, in questo senso aiuta molto. Ed ecco che quando parla di Paolo Mazza, il Presidente di 16 tornei in A, l'amministratore geniale che trasformava tutto in oro, il leggendario e infallibile padre-condottiero della Spal più gloriosa, cui è intitolato lo stadio cittadino, il mio ricordo corre all'atmosfera culturale ed educativa degli anni Sessanta, a me bambino timido, cresciuto in un clima di autorità paterna ancora così forte e così diverso invece dal clima dialogico, democratico e forse un po' noioso che respirano i nostri figli oggi.

La figura di Mazza aleggia su tutto il libro, ricorda lo splendore di una squadra che ha attraversato dopo di lui anni di decadenza e che ancora sta cercando di rialzarsi. Mazza, ci rammenta Negri, diffidava dei calciatori ferraresi, gli procuravano troppe grane; preferiva di gran lunga i veneti e i friulani, nei quali "vedeva quelle doti morali, caratteriali e tecniche che ne avrebbero fatto professionisti di sicuro affidamento, buoni giocatori, futuri campioni".

Legati al Presidente, grande intenditore di calcio e valorizzatore di talenti, vengono ricordati nel libro Oscar Massei, il centrocampista argentino, giunto alla Spal dalle fila dell'Inter, considerato all'unanimità il più grande giocatore spallino di tutti i tempi; Saul Malatrasi, il difensore rodigino capace di vincere la Coppa Intercontinentale con Milan e Inter; Adolfo Gori e Carlo Dell'Omodarme, rispettivamente terzino fluidificante e guizzante ala destra che coronarono la loro carriera nella Juventus; Gigi Pasetti, il coriaceo terzino, ferrarese di Francolino, approdato dalla Spal alla Juve e alla Nazionale; Giuseppe Palazzese, fantasiosa ala abruzzese, idolo di noi ragazzini, che tentavamo di imitarne le gesta; Ezio Vendrame, estrosa ala destra dentro e fuori dal campo, dotato di un talento artistico che si esprime oggi attraverso la scrittura.

Citando, en passant, quel Fabio Capello segnalato a Mazza dal veterinario di Pieris, che era un ferrarese. A Ferrara Capello si è formato come calciatore e a Ferrara si è sposato. La sua carriera sportiva, sia come giocatore che come allenatore, non abbisogna di commenti tanto è stata splendida.
Adesso mi viene in mente che diversi altri ex giocatori della Spal sono stati capaci di affermarsi ai massimi livelli anche come allenatori: Picchi, Bianchi, Bagnoli, Mazzone, Bigon, Reja, Del Neri, Cavasin, Gustinetti, a riprova della grande formatività dell'ambiente calcistico ferrarese.

Venendo ad anni più recenti, Negri ricorda Lucio Mongardi, l'elegante capitano e ispiratore di una Spal che praticava un gran bel gioco, il cui terminale offensivo era Franco Pezzato, un bomber straordinario, il mio idolo spallino, piccolo di statura, ma capace di sovrastare i difensori avversari sulle palle alte grazie a tempismo ed elevazione eccezionali. C'ero anch'io allo stadio la serata estiva in cui la Spal rifilò in Coppa Italia un pesante 3-1 al Milan che diventerà Campione d'Italia, quello di Albertosi, Collovati, Baresi, De Vecchi, Bigon, Buriani, Rivera e Novellino. Due dei tre gol spallini li segnò proprio "Cina" Pezzato.

Ma il più "brasiliano" dei giocatori spallini che Negri ricordi è Salvatore Cascella, "imprevedibile, fantasioso, le gambe ben ancorate a terra, il baricentro basso, grande mobilità di tronco, scatto micidiale e passo soffice, felpato". Un grandissimo talento, una carriera così così.

Il racconto di Negri termina con Carlo Bresciani, bello come un attore hollywoodiano, nonché "il miglior centravanti italiano", secondo una definizione data all'epoca dal pontefice massimo del giornalismo sportivo italiano, Gianni Brera; Massimo Albiero, il libero di Adria che soltanto un contrattempo impedì di approdare all'Inter dei record di Trapattoni; Fabio Perinelli, fantasioso centrocampista che non ebbe la carriera che meritava e Giorgio Zamuner, raffinato regista del centrocampo e idolo delle ragazzine, nella Spal degli anni Novanta.

Naturalmente i giocatori ricordati da Negri e di cui egli ci traccia un competente ritratto sono molti di più; improponibile ricordarli tutti in questo spazio. E non mancano, tra gli "eroi" ritratti, gli allenatori, dal colto Caciagli, artefice di tante promozioni a Gibì Fabbri tecnico vincente e a me simpaticissimo, il profeta del calcio "pane e salame", lo scopritore del Paolo Rossi "mundial"; da Luis Suarez a Ferruccio Mazzola, entrambi poco fortunati; da Galeone, protagonista italiano del "calcio-champagne", a Paolo Lombardo, bravo quanto schivo; i membri dello staff come il massaggiatore Guirrini, che ha legato la propria esistenza allo stadio di Corso Piave, l'accompagnatore Cocchi, il talent scout Luciano Cazzanti, scopritore di tanti giovani approdati alla serie A, l'ultimo dei quali è il romanista Matteo Ferrari, e il giornalista Giordano Magri, maestro dell'autore.
D'altronde una squadra di calcio professionistico non è fatta solo da individualità che si esprimono nella partita della domenica, occorrono delle strutture e degli impianti sportivi che funzionino a dovere, un vivaio ampio da curare e a cui attingere, un'organizzazione tecnica abbastanza sofisticata, un lavoro continuo e spesso oscuro che duri l'intera settimana, compiuto da uomini animati da passione, dedizione e professionalità.

Bello il libro di Negri che, tracciando la storia della Spal degli ultimi cinquant'anni ci ha restituito la storia e la temperie sociale e culturale di un'intera città.

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Pagina aggiornata il 13.11.07
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