La professione infermieristica
è nata e si è storicamente sviluppata come attività subordinata al
lavoro del medico. In un mondo dove ruoli maschili e femminili erano
nettamente distinti, il medico rappresentava l'autorità, l'ordine, la
legge, la razionalità, il padre mentre l'infermiera incarnava le
caratteristiche materne: la sottomissione, la dedizione, l'affetto.La medicina nel frattempo ha fatto molta strada, così come si sono
evolute le relazioni sociali, anche in conseguenza del successo del
femminismo. Le infermiere godono ora di una formazione di tipo
universitario, sono diventate più abili e più istruite.
"Le infermiere oggi attuano una serie di procedure che in
precedenza erano appannaggio esclusivo dei medici. Alcune infermiere
fanno iniezioni, prelevano il sangue, medicano, diagnosticano, fanno
esami fisici del paziente, rispondono a emergenze mediche e così via.
[...] Nella pratica la linea divisoria tra atti medici e infermieristici
si è fatta sfumata".
Vi sono sovrapposizioni di interventi. Riproporre il
vecchio modello di subordinazione dell'infermiera dal medico appare
perciò antistorico.
Anche se il medico ha delle avanzate competenze nel campo della
diagnosi e della terapia non è assolutamente detto che sia altrettanto
competente nelle delicate questioni attinenti la bioetica. Anzi è
giunto il momento che l'infermiera partecipi alla pari con gli altri
professionisti sanitari nelle decisioni
riguardanti la sospensione delle cure che mantengono in vita,
l'opportunità di dire la verità al cliente, il
controllo del dolore e di altri sintomi, l'eutanasia.
Si tratta di questioni spinose, da non affrontare a cuor leggero, ma
con una solida formazione nel campo della filosofia morale. A questo
proposito la Kushe critica l'etica del "prendersi cura", che
così largo successo ha ottenuto presso la professione infermieristica
negli ultimi anni.
In nome di una visione olistica del paziente, contrapposta alla visione
meccanicistica della medicina tradizionale, l'etica della cura mette al
centro del suo agire la soggettività, la relazione e
l'affettività in contrapposizione all'adesione a principi e
all'imparzialità dell'etica tradizionale, per la quale casi simili
devono essere trattati in modo simile.
In questo l'autrice vede un punto di debolezza. L'etica non può
prescindere da principi. E l'etica del "prendersi cura", debole
e imprecisa nella sua formulazione, potrebbe risospingere la professione
infermieristica nella indesiderata condizione di dipendenza dal medico. Le infermiere devono,
invece, argomentare le proprie scelte etiche e saperle formulare in un
linguaggio accessibile fatto anche di principi, regole e leggi.
"La professione di infermiera - come altre imprese sociali
moralmente significative - non può fare a meno di principi, regole e
norme etiche universali".
L'arbitrarietà, il capriccio e gli umori personali vanno quindi quanto
più possibile banditi nell'esercizio dell'attività professionale.
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