"La
nostra epoca è riuscita a far dimenticare all'uomo che è un essere
umano".
"Si era creato un gruppo di medici e infermieri che
cercavano di fare ogni cosa nel migliore dei modi. Per moltissimi di
loro si trattava di un dovere sacro: rendere un servizio per la
preparazione medica ricevuta, aiutare la gente".
Un libro che appartiene al
medesimo filone di Se questo è un uomo di Primo Levi e Una
giornata di Ivan Denisovic di Aleksandr Solzenicyn. Una
testimonianza dall'inferno della terra, da uno di quei microcosmi di
dannazione, che il
Novecento, con le sue utopie di razionalità scientifica, progresso e
sviluppo tecnologico, è stato generosamente in grado di organizzare.
Salamov (1907-1982) studiò diritto all'università di Mosca, ma la
sua vocazione era la letteratura. Negli anni Trenta il regime staliniano
lo condannò, per motivi a dir poco impalpabili e pretestuosi, ai
lavori forzati nelle miniere della Kolyma, in Siberia.
La Kolyma è in realtà una grande industria sovietica, dove i detenuti
lavorano come schiavi, senza diritti e senza retribuzione.
Salamov riuscì a sopravvivere, seguendo i corsi da infermiere, aiutato
da un medico detenuto, A. M. Pantjuchov.
La pubblicazione di questi racconti fu, anche in anni recenti,
tribolata e ostacolata con ogni mezzo. In essi, con grande forza
espressiva, Salamov sa renderci la durezza dei lager e delle prigioni
sovietiche, le umiliazioni, le botte, la fame, la vita elementare a cui
erano costretti i prigionieri.
Basta un niente, un'esclamazione ad alta voce, un'osservazione
inoffensiva, persino il silenzio, per essere fucilati.
Ne esce l'affresco di un universo estremo, che non impedisce tuttavia si
facciano strada gli elementi principali del cuore umano, sia positivi
che negativi: la crudeltà, la delazione, l'oppressione, il torbido
esercizio del potere, ma anche la
solidarietà, la bellezza, il gusto del lavoro (in ospedale) ben svolto.
La farsa del procedimento giudiziario, le accuse surreali ed inventate,
la figura incombente del giudice istruttore, che blandisce e minaccia
l'imputato, danno concretezza e tangibilità ai peggiori incubi kafkiani.
Sulla realtà della Kolyma, così come descritta da Salamov, lo
stesso Solzenicyn ebbe a dire:
"L'esperienza di Salamov nei lager è stata più amara e più
lunga della mia, e con rispetto riconosco che proprio a lui e non a me
è stato dato in sorte di toccare il fondo di abbrutimento e
disperazione verso cui ci spingeva tutta l'esistenza quotidiana nei
lager".