Luigi Pirandello, I vecchi e i giovani, Garzanti, 2002

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copertinaDon Ippolito Laurentano se ne sta arroccato, fedele ai Borboni malgrado la vittoria dei garibaldini e l'avvenuta unità d'Italia, nel suo feudo di Colimbètra, nell'estrema Sicilia. Vedovo, dispone di una pittoresca milizia privata composta da venticinque uomini, tutti in uniforme variopinta, capeggiati dal poco marziale Placido Sciaralla.

Il fratello del principe, don Cosmo, vive appartato a Valsanìa, il cervello "sconvolto" dai libri di filosofia, scetticamente convinto della vanità del tutto. Si tratta di un alter ego di Pirandello, di un uomo che, più che viverla, la vita la contempla e la seziona cercando di comprenderne moventi e significati. Per le questioni pratiche che concernono la conduzione delle sue terre, don Cosmo si serve di Mauro Mortara, un vecchio garibaldino fedele agli ideali del Risorgimento.
È Mauro Mortara una delle figure centrali del romanzo, una sorta di avventuroso personaggio conradiano, rotto a tutte le esperienze, circondato dai suoi tre cani mastini, grande viaggiatore ora dedito alle cure della campagna, ma soprattutto rude e genuino patriota, a disagio nella nuova società postrisorgimentale.

La sorella di don Ippolito e di don Cosmo, donna Caterina Laurentano, è vedova di un eroe della patria, morto nella battaglia di Milazzo: Stefano Auriti. Caterina vive lontana dai parenti e rifiuta con nobiltà e ostinazione gli aiuti economici che le offre generosamente il fratello principe.

Flaminio Salvo è un borghese che si è arricchito con le solfare. Imprenditore privo di scrupoli, egli è disposto a servirsi di tutte le astuzie e di tutti gli intrighi della politica, pur di accrescere il suo potere e i suoi averi. Il suo braccio politico è il deputato del partito clericale Ignazio Capolino, della cui moglie Salvo è l'amante. Capolino, i cui rapporti coniugali sono fondati su una rappresentazione tutta esteriore di rispettabilità borghese, è un burattino i cui fili sono manovrati dal Salvo. 
Tuttavia l'esistenza di Flaminio Salvo, come quella di tutti, non è priva di problemi: la vita privata gli è fonte di grandi amarezze, causate almeno in parte dalla distruttività del suo stesso carattere: gli è morto un figlio bambino, la moglie è pazza, mentre la figlia, Dianella, è una creatura molto intelligente e delicata, la cui fragilità psichica la rende inadatta ad affrontare gli urti della vita. Per migliorare ulteriormente la sua posizione economica e sociale, il Salvo propone in moglie a don Ippolito la propria sorella, Adelaide.

Il matrimonio ha luogo, ma è troppa la differenza di sensibilità e di cultura tra i due, che presto vedono naufragare la propria unione fra incomprensioni, noia e disgusto. Adelaide è una gaffeur vacua e sempliciona, poco adatta al carattere raffinato e ombroso del principe.

Intanto il figlio di donna Caterina, Roberto Auriti, dopo una brillante carriera politica nel partito di governo, viene poco onorevolmente coinvolto nello scandalo finanziario della Banca Romana, mandando in frantumi le speranze di quanti speravano dall'unità nazionale e dalle nuove generazioni subentranti, l'avvento di una classe dirigente che sapesse completare il lavoro degli artefici del Risorgimento. Roberto Auriti viene arrestato e la mamma, donna Caterina, per lo strazio ne muore. Un altro deputato, Selmi, vero responsabile dell'ammanco, alla cui superficiale, ma affascinante mercurialità la vita ha sempre sorriso, si suicida

La Sicilia è, nel romanzo, teatro delle prime rivolte proletarie e dell'ascesa del movimento socialista. Quella operaia è tuttavia una ribellione ancora immatura e poco consapevole e anziché a un miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori porta ad atroci fatti di sangue, come l'orrido assassinio della moglie del deputato Capolino, Nicoletta e di Aurelio Costa, brillante ingegnere alle dipendenze del Salvo 

Membro del Comitato centrale dei Fasci è Lando Laurentano, figlio del principe Ippolito, esponente di spicco di quella che è la nuova generazione, la possibile nuova classe dirigente. Anch'egli è uno sconfitto: sorta di superuomo ambizioso e romantico, pur non condividendo le degenerazioni sanguinarie del movimento è costretto, per sfuggire alla cattura, all'esilio.

Vittima simbolo della disfatta di ideali e di progettualità della nuova società italiana e della deriva violenta assunta dall'anelito di emancipazione delle classi popolari sarà Mauro Mortara, ucciso per sbaglio dalle pallottole dei soldati, mentre intendeva aiutarli a sedare la rivolta.

Romanzo storico che ritrae la crisi dell'Italia postunitaria e il crollo delle speranze  e dei valori risorgimentali, I vecchi e i giovani, pubblicato nel 1913, ispirato a fatti di cronaca realmente accaduti e a una linea narrativa che va da Verga a De Roberto, è un bel romanzo che si legge con piacere, malgrado il giudizio poco benevolo di gran parte della critica, che rimprovera a Pirandello di scadere in una rappresentazione bozzettistica di tipi e ambienti. 
Personalmente mi sono trovato bene in compagnia dei personaggi di Pirandello, la cui psicologia, almeno per quanto riguarda i personaggi principali, non è mai scontata, ma complessa, contraddittoria, ben delineata nella sua caotica ricchezza dal ricorso frequente dell'autore al discorso indiretto libero. In alcuni brani del romanzo emerge con particolare forza la crisi dell'uomo moderno, l'identità complessa e frazionata di ciascuno di noi, l'io diviso, temi che saranno poi sviluppati nelle opere maggiori.  

Si tratta di un romanzo con forti valenze sociologiche. Un occhio penetrante, quello di Pirandello, sulle condizioni socioeconomiche dell'isola e dell'Italia. E non vi descrive soltanto i vizi della Sicilia, ma degli italiani in genere. E non solo quelli di ieri: il romanzo sa ergersi a classico capace di parlarci  anche (o soprattutto?) della realtà attuale. E così il lettore contemporaneo può diventare maggiormente cosciente della sostanza e delle cause di alcuni difetti nazionali: l'arrivismo, il piccolo cabotaggio della politica, fatto di meschine trame, la corruzione ("la corruzione era sopportata come un male cronico"), il malgoverno, l'incapacità delle classi dirigenti, sia di destra che di sinistra, le mafie, i gruppi di pressione, l'affarismo, il potere economico che condiziona pesantemente quello politico, il parassitismo, i fessi che lavorano e i furbi che campano agiatamente sul lavoro degli altri. Pirandello fa dire a un suo personaggio:
"Mangia il Governo, mangia la Provincia; mangia il Comune e il capo e il sottocapo e il direttore e l'ingegnere e il sorvegliante... Che può avanzare per chi sta sotto terra e sotto di tutti e deve portar tutti sulle spalle e resta schiacciato?...".

Un affresco composito, corale, ricco di personaggi, che rende quasi indispensabile al lettore tracciarne una sorta di mappa, almeno mentale, per orientarsi. Ma è un incomodo che viene ampiamente ripagato dalla lettura.
Il  paesaggio siciliano è molto ben definito nel romanzo, con il clima e la vegetazione descritti con lirica precisione.

Riguardo allo stile, dialogo e monologo si alternano per rendere più espressiva la narrazione, con il ricorso a una lingua che si approssima elegantemente al parlato, riproducendolo nella struttura sintattica e lessicale.

Se un limite, a mio avviso, va ascritto a I vecchi e i giovani è talvolta l'indulgere di Pirandello al melodrammatico.

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Pagina aggiornata il 23.08.05
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