"In
momenti come questi la tua fede nerazzurra la senti come una colpa
d'origine, come un marchio che non puoi cancellare - e farebbe tanto
comodo adesso - daresti qualcosa per liberartene, per assumere modi
indifferenti, toni divertiti..."
(Vittorio Sereni, Il fantasma nerazzurro in La tentazione
della prosa, Mondadori, 1998)
Sono diventato interista perché
lo era mio padre. Lui diceva che no, teneva alla squadra che giocava
meglio, però quando l'Inter perdeva si arrabbiava con facilità e
cenava, ombroso, col capo chino sul piatto.
E poi l'Inter, quando io iniziai a seguire il calcio, era quella che
vinceva di più, vinceva sempre, in Italia, in Europa, nel mondo.
Sarti; Burgnich, Facchetti; Bedin, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola,
Domenghini, Suarez e Corso.
Qualcuno ha fatto giustamente notare che più che una formazione era un mantra.
Hanno fatto parte di quella favolosa squadra e meritano una menzione anche
Zaglio, Tagnin, Pejrò, Milani e Cappellini.

(Una foto della Grande Inter di Helenio Herrera e Angelo Moratti,
pubblicata dal sito La
Magica Inter. La Storia Siamo Noi. Una foto simile, formato
cartolina, l'avevo da piccolo, nella cameretta, alla testiera del
letto)
Ricordo l'ammirazione e l'invidia per un bambino che aveva riunito
a fisarmonica con lo Scotch le figurine di tutti i calciatori di quell'inarrivabile
Inter. Appena mi fu possibile,
lo imitai.
Il calcio di allora era più semplice. Non c'erano ancora gli esterni, i
centrali, i trequartisti o forse si chiamavano in un altro modo. Non
c'erano il pressing, la zona e le ripartenze. "Taca la bala"
esortava lapidario i suoi Helenio Herrera.
La fascia era soltanto
quella striscia di stoffa, rigorosamente bianca, che portava al braccio il capitano
della squadra.
Si marcava a uomo e l'Inter era infatti celebre per subire pochi gol;
aveva, al contrario di adesso, una difesa solidissima. Bastava che
magari gli attaccanti segnassero un golletto in contropiede, su un
lancio millimetrico di Suarez o Corso dagli ormai proverbiali quaranta metri, e gli avversari soccombevano
inesorabilmente.
Il mio entusiasmo per la squadra di Angelo Moratti era tale che mia
mamma, pensando di soddisfare un mio desiderio, mi aveva confezionato ai
ferri una maglia nerazzurra dai colori sbiaditi, di cui un po' mi vergognavo e
la usavo difatti soltanto per giocare da solo nel cortile di casa.
A capo del letto avevo incorniciato, come oggetto di devozione, una
cartolina con la foto della squadra
Un giorno, come tutti gli imperi, l'impero interista cadde in
frantumi. Non
si trattò veramente di un giorno, la decadenze con probabilità
richiedono anni. Ricordo però due sconfitte significative: quella
contro il Celtic, nella finale di Coppa dei Campioni e la papera di
Sarti contro il Mantova.
Da quel momento seguirono, immancabili, gli anni bui, - la decadenza dura tuttora -, quelli dei Dotti,
dei Giubertoni, dei Gasparini, dei Libera, senz'altro bravi giocatori,
ma non in grado di riportare la squadra agli antichi fasti.
I ricordi mi si accavallano confusi. Altre esigenze, noia, guai personali,
persino pregiudizi ideologici mi tennero un po' lontano dalle vicende
calcistiche, che seguivo ormai con un occhio e un orecchio solo.
C'è poi da dire che come tifoso non sono mai stato un granché. L'Inter dal vivo
l'ho vista una sola volta, qui, a Ferrara, in un'amichevole estiva; ero
stato tutto il giorno in spiaggia e la sera, al Mazza, 2-0 alla SPAL.
Mattheus segnò quasi subito con un tiro da lontano. Sarà quell'Inter a
vincere lo scudetto, l'ultimo, al termine della stagione 1988-89: l'Inter
dei Brehme, Diaz, Zenga e di Nicolino Berti, l'Inter del Trap.
Oggi ho
molta stima dell'attuale presidente, Massimo Moratti. Misurato,
equilibrato, signorile. Mi sembra un imprenditore moderno e ben
intenzionato. Penso che prima o poi torneremo a vincere qualcosa.
Così almeno, il lunedì, gli juventini e i milanisti la smetteranno di tormentarmi.