Nico Orengo, L'intagliatore di noccioli di pesca, Einaudi, 2004

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copertina"Non aveva voglia di telefonare a nessuno. Aspettava solo che arrivasse Silvio con i rotoli di carta per coprire le librerie, perché la vista dei libri continuava a stancarlo e a irritarlo. Erano troppi, e troppi che non aveva letto e non avrebbe mai avuto tempo di leggere, avesse anche voluto. Stavano lì, gli pareva, a farlo sentire in colpa, a dirgli: "prendimi, è il momento buono". E magari era anche vero, ma lui aveva bisogno di calma, di pareti lisce, aveva bisogno di svuotare la mente, di guardare verso la sua spiaggia bianca e il mare o verso la collina, liberamente, senza dover seguire un concetto, una storia, senza dover assecondare qualcosa di già definito.
Aveva bisogno di un paesaggio in movimento, di persone in carne e ossa, con le loro parole brevi, avare, sconfitte, ma anche generose come lo erano state quelle della Franca. Aveva bisogno, si riassunse, di realtà. Anche una realtà parziale, molto parziale, sconfitta: sconfitta come lo era d'altronde tre quarti del mondo, che abitasse il sud o il nord, dentro o fuori grandi città, che parlassero qualsiasi lingua".

Un romanzo sul mondo letterario, o meglio sul mondo della critica letteraria, delle recensioni dei libri sui giornali.

Pietro Scullino è un professore di lettere in pensione, ma ancora agito da desideri, erotici, gastronomici, intellettuali.
Scrive recensioni letterarie, si occupa della narrativa italiana su una rivista di provincia, La Riviera. Svolge la sua attività di critico letterario con metodo e impegno. Raccoglie e legge le recensioni dei critici più celebri, quelli che scrivono sui grandi quotidiani e settimanali, quasi li sorveglia e si compara con loro.

Un mondo, quello letterario, che appare subito attraversato da piccole glorie e grandi invidie, gelosie tenaci, competizioni senza esclusione di colpi, premi truccati. Insomma un grande circo, dove prevale la spettacolarizzazione della cultura.

È collega di Scullino alla Riviera la Lilli Longoni Piva, moglie di un affermato medico. La Longoni cura la narrativa straniera; Scullino non la stima, ma ne è attratto sessualmente in modo irrefrenabile e questa attrazione ne accelererà in qualche modo la fine.

Il professor Scullino ha una figlia, Lucrezia e un nipotino, Andrea, a cui è affezionato anche se poi lo irrita doverlo talvolta accudire, quando non ci sono i suoi genitori e la baby-sitter non è ancora arrivata, distogliendolo così dagli amati libri.
Lucrezia, la figlia di Scullino, è separata e cambia con incredibile frequenza occupazione. Lucrezia ha un'amabile particolarità: lancia in testa al padre i romanzi di Baricco, della Tamaro e di Eco, che via via lui le consiglia. 
L'ex marito, Silvio, è un ex allievo del suocero, fa l'artista d'avanguardia, land-art, ma economicamente è uno spiantato, del tutto privo di senso pratico e sempre nei guai. A suo modo, però, un candido idealista.
La moglie del professore, Margherita, lavora come segretaria-capo per un commercialista, Giovanni, con cui ha da anni una storia. Margherita nutre tuttavia dell'affetto verso il marito ed è forse il personaggio più "equilibrato" del romanzo.
Anche Scullino ha un'amante, la focosa Marisa, proprietaria di un'avviata clinica per anziani, Casa Serena.

Non mancano, nel romanzo, i politici rampanti e arroganti e il paesaggio ligure, costantemente evocato. C'è l'attualità: la guerra in Iraq, i no-global, il conflitto palestinese, gli eventi collettivi che irrompono nel quotidiano, nella vita di Scullino e degli amici del bar.

Ironia, autoironia, comicità, grottesco percorrono le pagine del libro, che mi è piaciuto soprattutto per il mondo che ritrae, di grande interesse e di cui l'autore ha una conoscenza di prima mano.

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Pagina aggiornata il 17.09.04
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