Alberto Moravia, Gli indifferenti, Bompiani, 1980

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Invece egli non era così; schermo bianco e piatto, sulla sua indifferenza, i dolori e le gioie passavano come ombre senza lasciare traccia, e di riflesso, come se questa sua inconsistenza si comunicasse anche al suo mondo esterno, tutto intorno a lui era senza peso, senza valore, effimero come un gioco di ombre e di luci.

Pubblicato nel 1929, Gli indifferenti fu l'opera che consacrò la fama di Alberto Moravia, pseudonimo di Alberto Pincherle, scrittore romano fra i più importanti del Novecento europeo, nato nel 1907 e morto nel 1990. 

La vicenda narrata si concentra su pochi personaggi ed ha come ambientazione principale il salone di casa Ardengo. Leo Merumeci è un uomo cinico e sicuro di sé che, già amante di Mariagrazia, una vedova della medio-alta borghesia romana, ne circuisce con successo la ventenne figlia Carla.
Antagonista di Leo è l'altro figlio di Mariagrazia, Michele, un giovane irresoluto e abulico. Michele è ostile a Leo, pur non riuscendo a provare per lui un autentico sentimento di odio. 
Spinto da Lisa, una ex amante di Merumeci e amica di famiglia, tenta tuttavia  di vendicare l'onore perduto della sorella.
In verità con scarsa convinzione: comprata una pistola va a casa di Leo per ucciderlo, ma fallisce perché dimentica di inserire il caricatore.
L'epilogo della vicenda vede Leo e Carla promessi sposi con Michele che accetta il matrimonio con la solita apatica acquiescenza.

Ritratto della disgregazione di una famiglia borghese, Gli indifferenti è un romanzo scandaloso perché contraddice i valori marziali ed eroici propagandati dal regime fascista. Si tratta di un romanzo "decadente", i cui protagonisti non brillano per irreprensibili qualità morali.
Per questi motivi il libro di Moravia fu sottoposto a censura dal regime.

Mentre gli adulti  condividono esteriormente i valori tradizionali, si manifestano al contrario nei fatti ipocriti, interessati, mossi da appetiti elementari, egoisti, illusi. Personaggi dunque quasi ripugnanti.
Leo è un uomo con un forte senso di realtà, calato nell'azione e nella vita pratica, ma è anche un seduttore tartufesco, un volgare mistificatore, capace di speculare sui guai economici della famiglia Ardengo, interessato esclusivamente ai soldi e al sesso. Non ha una vita  interiore, un saldo codice morale che ne indirizzi i comportamenti, è soltanto un fascio di desideri, ha un istinto animale che lo guida, è un rapace.
Mariagrazia è un personaggio fatuo, dagli orizzonti culturali assai limitati. È patetica nella sua gelosia e nei suoi sogni di ascesa sociale. Il suo microcosmo mentale è fatto di recriminazioni e di stupide chiacchiere.
Lisa, che aspira all'amore di Michele, non è molto meglio. Donna matura, esperta,  ma ormai sfiorita, sembra interessata soprattutto al piacere; non le riesce di comprendere i turbamenti psicologici del suo acerbo amante.

I giovani ne escono forse meglio. Sono almeno attraversati da un'inquietudine cui non riescono ancora a dare un nome; esprimono disagio, noia, disperazione di fronte a orizzonti esistenziali poco entusiasmanti, al conformismo e all'ipocrisia del mondo adulto.
Aspirano a una nuova vita, più sincera e autentica.
"È inutile" si ripeteva toccando con le dita incerte i bordi della finestra, "è inutile... questa non è la mia vita".

Carla è una bella ragazza, amorale e sensuale, impaziente e confusa. È ossessionata dal bisogno di cambiare vita, di uscire dal soffocante e mefitico clima famigliare. Cerca di farlo attraverso il suo corpo, la sua sensualità, ma si accorge che è tutto inutile. Il fallimento la convince all'acquiescenza verso i valori borghesi correnti.
Michele è il vero "indifferente" del romanzo. La sua volontà è minata alla radice da un'apatia profonda, dalla noia, dalla disperazione. Michele si osserva agire, non è convinto di alcunché. È un non -persuaso che si ripiega su se stesso in uno sconsolato oblomovismo; è un uomo superfluo, abitato dal senso di vuoto.
Per lui, gesti, parole, sentimenti, tutto era un gioco vano di finzioni.

(...) Come sempre sarebbe ricaduto in quella mentale indifferenza che gli impediva di agire e di vivere come tutti gli uomini.

(...) "E in fin dei conti" pensò "tutto mi è indifferente".

La prosa di Moravia è, in questo che è il suo romanzo più importante, asciutta, essenziale, fredda e analitica.

Il romanzo mantiene una sua attualità, ricorda i personaggi di certa narrativa americana contemporanea (mi viene in mente Meno di zero di Ellis), i dialoghi e le atmosfere richiamano alla memoria certe pellicole di  Antonioni.

Di certo Gli indifferenti anticipano i temi esistenzialisti sviluppati da Jean Paul Sartre ne La nausea.

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*Dal romanzo di Moravia il film di Francesco Maselli (DVD, 2004)

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