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del suo grande avvenire alla scuola era rimasto soltanto il compito
servile di fungere da improprio ammortizzatore sociale. Adesso doveva
fare da parcheggio temporaneo per milioni di ragazzi, in modo da
ritardare il loro ingresso nelle liste di disoccupazione. Di
quell'enorme tempio laico, custodito dalla vestale della conoscenza, non
rimaneva oramai niente di più che una tettoia, una sottile lamiera
ondulata. A questo si era ridotta la culla dell'umanità futura: una
pensilina, destinata a riparare dalla pioggia d'inverno e dal sole
d'estate, in attesa che passi la navetta aziendale diretta al posto di
lavoro." (pag. 369)In un liceo della remota provincia
settentrionale, Vitaliano Caccia si presenta agli orali della maturità in ritardo, ma, invece di limitarsi a rispondere alle domande degli
esaminatori, uccide a colpi di pistola l'intera commissione d'esame.
Uccide tutti, sette persone, con fredda e spietata determinazione, tutti, tranne l'insegnante
di storia e filosofia, il professor Andrea Marescalchi, che da quel
momento assume in seno alla società il tragicomico ruolo di
"sopravvissuto". Dopo la strage, Vitaliano è irreperibile, si
è dato alla latitanza, forse si è suicidato.
Il professor Marescalchi, posto di fronte all'atrocità della strage,
pur pietrificato dal trauma subito, cerca di scoprire quali siano i moventi
del massacro. Cerca un significato ad un'azione in apparenza così
assurda. Non si accontenta delle ipotesi
sull'adolescenza formulate da psicologi, sociologi, criminologi,
poliziotti, giornalisti e dirigenti scolastici.
Inetto a vivere, senza più slanci, desideri e ambizioni, Andrea
Marescalchi, un insegnante che ha cercato, seppur con difficoltà e
scarsa convinzione, di mantenere il dialogo coi suoi alunni e di
iniziarli ai piaceri e ai rovelli della letteratura e della filosofia,
non si dà pace.
Di famiglia umile, dotato di una grazia naturale, alto, i capelli lunghi, inseparabile
dalla propria moto, appetito dalle coetanee, Vitaliano Caccia era un po' il suo allievo
prediletto, pur non essendo il prototipo dell'allievo modello, diligente e
costante nello studio. Bocciato e praticamente condannato dalla scuola, il
ragazzo tuttavia gli aveva dimostrato in più occasioni una grande
sensibilità e una curiosità viva di apprendere. Insieme, insegnante
e allievo, si erano divertiti a progettare un viaggio in Messico.
L'opinione del professor
Marescalchi non era naturalmente condivisa, ai consigli di classe, dai più pragmatici e quadrati
colleghi, che biasimavano l'infingardaggine del giovane.
Vitaliano Caccia incarna nel romanzo il mito un po' romantico
dell'adolescente contemporaneo, contraddittorio, bello e dannato, messo a
dura prova dallo sfavorevole assetto sociale, ma capace di dolcezze e di
trasporti davvero sorprendenti.
Il professore ripercorre il suo rapporto con Vitaliano attraverso i
ricordi e la lettura del diario dell'anno scolastico trascorso. Nell'indagare
le possibili ragioni del massacro, il professor Marescalchi passa in
esame, con acume e incisività, i buchi neri della scuola e della
società, il sistematico cinismo delle istituzioni e del mondo reale nel distruggere il talento e la
creatività.
Gli dirà, per esempio, il professor Tanzi, il collega di scienze:
"Non te la prendere Marescalchi. Non è il caso di farsi il
sangue amaro. Cosa vuoi, quando si è giovani si guarda alla vita come a
una prova di abilità, nella quale sarebbero i talenti, gli estri, le
virtù a decidere il risultato. Ma chi ha esperienza sa che, in realtà,
si tratta di una gara di resistenza nella quale prevale chi ha le doti
di solidità fisica e di ottusità mentale necessarie a tener duro e ad
arrivare fino in fondo. Noi che siamo chiamati a giudicare dei giovani,
a selezionarli per il futuro della società, non possiamo ignorare
questa verità. Noi dovremmo promuovere chi sia dotato di
insensibilità, di tenace indifferenza, di impermeabile mediocrità, di
beata ignoranza, di mancanza di acume, insomma dovremmo apprezzare tutte
quelle incapacità che rendono un uomo adatto allo scopo della
sopravvivenza in questo mondo." (pag. 352-353)
Nel finale, il professore supera il suo momento difficile, determinato
dall'angoscia
post-traumatica e da un'acuta crisi esistenziale: abortito un tentativo di suicidio,
fa ritorno a scuola,
riscoprendo nell'insegnamento la propria vocazione.
Ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto, la strage di
Columbine, il romanzo di Scurati è ricco di materiali diversi: alla
serrata parte narrativa subentrano spesso spezzoni saggistici, che
fanno ricorso al gergo tecnico delle scienze sociali.
Un racconto, Il sopravvissuto, che, come ha fatto
notare l'autore in un'intervista, verte sui temi della colpa e
dell'innocenza. Un romanzo riuscito, ricco di osservazioni
originali e anticonformiste, intriso delle inquietudini e delle angosce
della nostra epoca, che si legge con grande attenzione e
partecipazione.
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