Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, Mondadori, 2001

 N
a
r
r
a
t
i
v
a
copertinaUna mattina di settembre, Giovanni Drogo, tenente di fresca nomina, viene inviato dalla città alla Fortezza Bastiani. 
Sembra giunto per lui finalmente il momento di liberarsi della prevedibile e monotona esistenza condotta fino ad allora. Sta per cominciare la vera vita, colma di promesse, soldi, belle donne, avventure. Eppure, nell'abbandonare la casa e la vecchia madre, il giovane avverte una punta di amarezza: abbandona una vita, il mondo dell'infanzia, in cui tutto gli sembrava ancora possibile, in cui tutte le opzioni esistenziali erano ancora aperte e gli si spalanca dinnanzi la vita adulta, fatta di responsabilità, di limiti ed obblighi da rispettare.

La Fortezza si erge all'orizzonte isolata, in terra di frontiera. Una frontiera morta, ormai, priva di pericoli e di minacce. Davanti, a nord, c'è il deserto, "pietre e terra secca, lo chiamano il deserto dei Tartari", perché un tempo, molto lontano, pare fossero i Tartari a minacciare il confine.
La Fortezza è un edificio inospitale, le sue mura sono tetre, il paesaggio intorno brullo, desolato, riarso. Al lettore vengono in mente i quadri metafisici di De Chirico.

Alla Fortezza Drogo sperimenta la solitudine, "lo squallore di quelle mura, quell'aria vaga di punizione ed esilio, quegli uomini stranieri ed assurdi". Intorno percepisce la rigidità burocratica della vita militare, le regole insensate, la vuota disciplina, un'organizzazione che, in mancanza di un nemico tangibile, gira a vuoto, fine a se stessa.

Il tenente Drogo è deluso, vorrebbe tornarsene in città, ma un po' i superiori, un po' oscuri lacerti della sua volontà lo trattengono. Più precisamente Buzzati scrive "oscure forze si oppongono, alcune originate dalla sua stessa anima". Vede che i più anziani hanno consumato la loro esistenza nella vana attesa di un evento formidabile che la riscattasse, aspettando cioè la guerra, la battaglia, "l'avventura, l'ora miracolosa che almeno una volta tocca a ciascuno", l'occasione propizia per dimostrare il proprio valore e ottenere gloria e onori agognati. "Per questa eventualità vaga", - annota il narratore -, "che pareva farsi sempre più incerta col tempo, uomini fatti consumano lassù la migliore parte della vita".

Drogo, col passare del tempo, comincia ad abituarsi alla vita militare, con i suoi riti persino piacevoli e le sue certezze. Non succede quasi niente alla Fortezza: un giorno viene ucciso, per sbaglio e per zelante ossequio al regolamento, il soldato Lazzari, uscito a recuperare un cavallo che credeva il proprio; in un'operazione catastale più che militare, delimitare cioè il confine, muore, poi, ma di freddo, seppur con grande dignità, l'elegante e nobile tenente Angustina, sempre impeccabile nel vestire e nei comportamenti.

Drogo ottiene una licenza e fa rientro in città. Non ne ricava, tuttavia, la felicità sperata: gli amici sono affaccendati, le speranze d'amore deluse, l'affettuoso rapporto con la madre è sbiadito, tra loro è calato come un "velo di separazione".

Gli anni intanto passano, la carriera di Drogo procede lenta, per esclusiva anzianità di servizio, mentre i vecchi amici, in città, "hanno fatto strada, occupano posizioni importanti", lo hanno lasciato indietro nella corsa della vita, senza curarsi più di lui.
Giovanni aspetta ancora "la sua ora, che non è mai venuta", ma il tempo stringe, molti cancelli si sono ormai chiusi alle sue spalle, ha bruciato molte possibili occasioni. Le scelte compiute ne stanno condizionando irreversibilmente l'esistenza. "E a più di quarant'anni, senza aver fatto nulla di buono, senza figli, veramente solo al mondo, Giovanni si guardava attorno sgomento, sentendo declinare il proprio destino".

Come tutti gli uomini, "indifesi contro il lavoro del tempo", Giovanni Drogo malinconicamente invecchia. Un giorno i nemici, in forze, vengono avvistati all'orizzonte. Nella Fortezza è tutto un trambusto, un riorganizzarsi, un predisporre uomini e armi per lo scontro decisivo. L'ora della gloria è finalmente arrivata. Ma non per il protagonista. Solo, gravemente ammalato, dimenticato da tutti, considerato ormai un peso, Drogo abbandona su una carrozza per malati il fortino.

Lo attende, tuttavia, una prova difficilissima, l'ultima e decisiva della sua esistenza, che richiede audacia, fierezza e dignità senza pari: l'incontro con la propria morte.

Buzzati pubblicò Il Deserto dei Tartari nel 1940, a soli trentatre anni, quando lavorava al Corriere della Sera. Probabilmente egli stava vivendo la propria condizione lavorativa con il disperato stato d'animo che poi riverserà nel personaggio di Giovanni Drogo, con la sensazione, cioè, di aver imboccato una strada senza uscita. In più, in quegli anni in Italia incombeva il fascismo con la sua scura coltre repressiva, mentre sulla sfondo si agitavano minacciosi venti di guerra.

Tuttavia, Il deserto dei Tartari, come tutti i grandi libri assume, a mio avviso, una valenza di universalità, che va oltre i dati storici e individuali contingenti. Ci racconta con pessimismo leopardiano la vita degli uomini, che attraversano la giovinezza pieni di speranze e di desideri per fare poi irrimediabilmente naufragio. Il fallimento e l'inettitudine di Drogo fanno parte, dunque, di un destino comune.

Narrazione lirica, fuori dal tempo storico e dallo spazio geografico reali, ricca di suggestivi elementi fantastici, il romanzo di Buzzati stilla una saggezza amara e disperante. A volte il pessimismo dello scrittore bellunese finisce per annichilire il lettore, che lo avverte come eccessivo, schiacciante. Ma non si può negare che la sorte di tutti gli uomini, in misura maggiore o minore, sia analoga a quella di Giovanni Drogo, personaggio che stimola perciò in chi legge una forte identificazione. Non nego di avere percepito il protagonista del romanzo di Buzzati come un'anima gemella. E dire di un romanzo che ci pare parli della nostra vita, mi sembra un gran bel complimento.

I temi trattati, d'altronde, sono dei più importanti: le stagioni della vita, il tempo, l'immedicabile solitudine dell'individuo, i desideri degli uomini e il loro scontro con la dura realtà, la morte.

Dei personaggi che accompagnano Giovanni Drogo nella vicenda sappiamo poco: il capitano Ortiz, il maggiore Matti, il colonnello Filimore, il sergente maggiore Tronk, il dottor Rovina, il tenente colonnello Simeoni sembrano quasi intercambiabili, non hanno una storia e connotati originali. Di loro ci sono note soltanto alcune caratteristiche. Svolgono un po' la funzione del coro nella tragedia antica.

Le figure femminili sono più evocate che presenti: il forte legame affettivo con la mamma, che si appanna col trascorrere degli anni, l'amore delle donne come premio per i vincitori, la fidanzata Maria che fa una fuggevole apparizione nel romanzo.

Il linguaggio impiegato è usuale, ma non casuale. La scelta lessicale è precisa tanto da rendere la lettura un continuo incanto. La descrizione dell'arido paesaggio intorno alla fortezza, nel suo mutamento legato all'alternarsi delle stagioni, contribuisce, da par suo, all'incanto del libro.

ordina

copertinadal romanzo di Buzzati è stato tratto, nel 1976, il film dall'omonimo titolo, per la regia di Valerio Zurlini, con Vittorio Gassman, Giuliano Gemma, Jacques Perrin, Philippe Noiret, Jean-Louis Trintignant e Max von Sydow 

ordina


I libri di Dino Buzzati

 | home |

| recensioni |

 

Pagina aggiornata il 10.01.07
Copyright 2000-2007 Valentino Sossella