In spagnolo,
"añoranza" viene dal verbo
"añorar" ("provare nostalgia"),
che viene dal catalano "enyorar", a sua
volta derivato dal latino "ignorare". Alla
luce di questa etimologia, la nostalgia appare come
la sofferenza dell'ignoranza.
"Quanti anni avevi?".
"Solo venti. E a quel punto i giochi erano
fatti, una volta per tutte. E' lì che ho commesso un
errore, un errore difficile da definire,
impercettibile, ma dal quale è dipesa tutta la mia
vita e a cui non sono mai riuscita a porre
rimedio".
"Un errore irreparabile commesso nell'età
dell'ignoranza".
"Sì".
"E' a quell'età che ci si sposa, che si ha il
primo bambino, che si sceglie una professione. Poi
viene il giorno in cui sai e capisci molte cose, ma
ormai è troppo tardi, perché tutta la tua vita è
stata decisa in un periodo in cui non sapevi
nulla".
Il ritorno in patria, l'impaccio e il disagio del
ritorno, la nostalgia, il mito di Ulisse, la
difficile vita dell'esule, la Praga postcomunista con
un'identità culturale impoverita dagli interessi
mercantili del subentrante, vittorioso capitalismo,
la musica che onnipresente ci bombarda ormai come un
fastidioso rumore di fondo, facendo fallire i nostri
goffi tentativi di autenticità sono soltanto alcuni
dei temi affrontati da Kundera in questo commovente e
bel romanzo.
E l'amore naturalmente, il leit motiv
dell'opera narrativa dello scrittore ceco, con le sue
eterne oscillazioni, le difficoltà della vita di
coppia, il matrimonio che inaridisce l'erotismo
rimpiazzandolo con una cullante conversazione, piena
di rassicurazioni.
Sono molte le storie d'amore descritte; passato e
presente dei due protagonisti, Josef e Irena, si
intersecano di continuo, portando con sé incertezze
e complicazioni sentimentali.
Gli equivoci e le ingannevoli costruzioni mentali
inducono, poi, tutti i personaggi coinvolti nella
narrazione all'errore.
E' la soggettività dell'uomo contemporaneo quella
che con profondità Kundera ritrae, cogliendone
acutamente contraddizioni e impasse.
L'unica cosa nella narrazione di Kundera che non
mi ha convinto del tutto è quell'esprimersi per
affermazioni apodittiche, indimostrabili, forse
troppo sicure, quel suo tono filosofeggiante e asseverativo, che
seduce e ipnotizza il lettore, ma non è forse in linea con le insicurezze e il
relativismo della nostra epoca.
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