Le partite non durano novanta minuti. C'è sempre un prima,
fatto di preparazione, sogni, ambizioni, adrenalina e un dopo che reclama
bilanci, disillusioni e nuove sfide. Forse è per questo che il calcio mi
ha affascinato fin da bambino: intuivo che dietro le figurine dei
calciatori che contavo e rimiravo tutto il giorno, cavandole di tasca,
riposandomi dopo aver ossessivamente corso dietro a un pallone, non c'era
soltanto il nudo fatto statistico, chi aveva realizzato più gol e chi aveva
parato più rigori, ma c'era dell'altro, c'era la vita carica di tutto il
suo mistero.
Perché i calciatori, gli eroi della domenica, gli idoli di carta dei
giornali del lunedì, sono gli dei del nostro pantheon secolarizzato, rappresentano
archetipi importanti dell' inconscio collettivo contemporaneo.
Le gesta, le avventure e la sorte di ciascuno di loro non ci interessano
per banale curiosità voyeuristica, ma perché sentiamo che la loro esistenza
fornisce in qualche modo una forma, un modello per la nostra.
Idoli di carta di Giusva
Branca mi sembra privilegi proprio questa prospettiva, mi
verrebbe da definirla "umanistica", attraverso cui osservare il
fenomeno calcio. "Gli idoli sono necessari, soprattutto nello
sport", dirà uno dei protagonisti del libro, uno dei giocatori
più rappresentativi nella storia della Reggina Calcio, il difensore
Simone Giacchetta.
Quarantenne, già avvocato penalista e oggi cronista
sportivo e giornalista a tempo pieno, direttore di Telereggio, originario
di una terra, la Calabria, culla di miti, Branca ha scritto un libro che
soddisfa a pieno le curiosità e le esigenze di un lettore affascinato dal
calcio, che di questo sport vuole conoscere tutti i retroscena e i
risvolti umani: lo spogliatoio, la vita dei calciatori fuori dal campo, i rapporti
con i compagni di squadra e con i tifosi, la gavetta difficile, assetata
di gloria ma anche ricca di soddisfazioni, nel calcio minore, le vittorie
e i trofei che alimentano l'orgoglio nella piena maturità agonistica, cui
segue inevitabile il tramonto, nonché la necessità di inventarsi una
nuova attività professionale e un nuovo modo di vivere, una volta appese
le scarpe bullonate al chiodo.
E allora c'è chi ha smesso di giocare, ma è rimasto nell'ambiente
ad allenare i ragazzi o facendo l'osservatore, chi ha aperto un negozio di abbigliamento sportivo,
chi passa il suo tempo giocando a briscola con gli amici del bar, chi,
ormai ottuagenario, rimugina ancora sulle antiche battaglie, coltivando amori e
rancori, chi non si perdona l'errore fatale compiuto in una partita
decisiva, chi, magari del nord, innamoratosi della Calabria, vi è rimasto
a vivere anche a fine carriera.
Attraverso il ritratto di undici campioni della Reggina, che hanno
indossato la maglia amaranto in epoche diverse, Branca disegna la parabola
esistenziale di undici uomini, ognuno con la propria personalità, i
propri pensieri ed emozioni e la propria originalità. Sono undici racconti che ci
parlano di altrettanti destini. Un libro che va oltre la cronaca sportiva
per farsi narrazione universale, letteratura. La scrittura è quella che
si addice a un racconto di eroi: essenziale, elegante e precisa. Nessuna esagerazione,
nessun melodramma: sono soprattutto i fatti, nella loro lapidaria e dura
eloquenza a parlare attraverso la narrazione.
C'è molto calcio, nel libro, un calcio forse lontano dalle metropoli e
dai riflettori del football stellare e miliardario dei grandi club. Ma proprio in ragione del fatto che la troppa luce acceca,
impedendo di apprezzare i chiaroscuri, i racconti di calcio di Giusva
Branca risultano più genuini e coinvolgenti delle trionfalistiche biografie
che circolano sui campioni più acclamati. C'è, soprattutto, molta
vita in Idoli di carta e di questo dobbiamo essere grati all'autore.
Una sottile e gradevole vena di malinconia ne percorre le pagine, come
è ineluttabile quando al racconto di una giovinezza carica di onori succede
la pensosa maturità, connotata dal disincanto e da una quieta e
talvolta saggia compostezza, quando ai clamori della ribalta subentra,
insomma, la normale infelicità quotidiana della vita di tutti.
Non mancano i ritratti di personaggi molto noti anche al grande
pubblico: per esempio, quello di Oronzo Pugliese, soprannominato dalla
stampa sportiva "il mago di Turi", il tecnico specialista in
salvezze cui si ispirò
Lino Banfi nel film comico "L'allenatore nel pallone", nella
realtà, secondo il ricordo di un suo calciatore, "un allenatore
bravissimo; aveva il pregio di comprendere in pochi minuti se e come la
partita stava girando e di apportare i correttivi necessari";
oppure il leggendario e controverso presidente Oreste Granillo, cui è
tuttora intitolato lo stadio di Reggio e "il Professore",
Franco Scoglio, uno dei personaggi più carismatici del calcio
scientifico contemporaneo, grande motivatore di atleti, purtroppo
prematuramente scomparso.
Conclude il pregevole volume di Branca un capitolo su Tommaso Maestrelli, indimenticato
allenatore della Lazio dello scudetto nella stagione 1973-74, paladino del
bel gioco e fine psicologo, che allenò la Reggina negli anni Sessanta, guadagnando
una strepitosa promozione e lasciando un ricordo indelebile nella mente
e nel cuore dei giocatori, dei tifosi e dell'intera città.
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