Hanif Kureishi, Ho qualcosa da dirti, Bompiani, 2008
(titolo originale: Something to Tell You, London, Faber and Faber, 2008)

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copertinaSi tratta di un lungo romanzo, ricco di umori vitali, con protagonista un analista freudiano di origini pakistane, che ha una sorella, Miriam, piuttosto squinternata ma anticonformista, un figlio Rafi, che sembra provenire da un altro pianeta, tanta è la distanza generazionale che lo separa dal padre, e un amico, Henry, regista teatrale e cinematografico, amante della conversazione, delle idee e delle novità, creativo e originale anche nella vita privata.

La lettura procede in maniera coinvolgente e capita di rado di annoiarsi nel seguire le peripezie umane e la traiettoria del desiderio dei vari personaggi.
Quasi tutti sembrano tendere a un pronunciato edonismo, all'affermazione del principio del piacere, in linea con lo spirito dei tempi. Ma l'infelicità è sempre in agguato, dietro gli scontri di volontà diverse. Il risultato è un romanzo  attraversato da un benefico caos esistenziale, che finisce con l'offrire al lettore, - quello che, come dirà un personaggio, legge "questi libri contemporanei per capire cosa succede" -,  un bello spaccato di vita attuale: Internet, eBay, club privé, viagra, ecstasy, tatuaggi e piercing. E ancora: famiglie allargate, ex mogli ed ex fidanzate che ritornano, incesti, casini dove si va a trovare la propria puttana preferita e pub sudici con spogliarelliste. 
C'è persino un risvolto giallo: un cadavere che riaffiora dal passato assumerà molta importanza nell'economia dell'intreccio, che si svolge sullo sfondo di una Londra multietnica colpita dalle azioni terroristiche dell'integralismo islamico.

L'unico neo del romanzo di Kureishi è, a mio avviso, l'ortodossia professionale del protagonista, un po' fuori tempo massimo rispetto agli sviluppi della psicologia contemporanea. Appellandosi alla saggezza del dubbio in tutte le sue scelte di vita, Jamal sembra invece appagato, nel suo rapporto terapeutico coi pazienti, dalle certezze propalate dalla teoria freudiana. Al contrario, uno spirito critico maggiore avrebbe reso secondo me più vivo e coerente il personaggio.

Peccato. Rimane comunque un bel romanzo che offre piacere e consapevolezza.

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Pagina aggiornata il 01.05.09
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