Titolo originale: One L (1977). In questo libro
il romanziere americano Scott Turow racconta il suo primo anno di frequenza alla
Facoltà di Legge della prestigiosa Università di Harvard. Non si tratta
soltanto del resoconto, appena appena mascherato e romanzato, di un anno di
scuola trascorso facendo nuove
amicizie, ma di una riflessione su cosa
sia il diritto e su cosa significhi diventare avvocato negli Stati Uniti. Di più: le
esperienze che lo studente Turow si trova ad affrontare risultano poi fondamentali nella sua formazione di uomo.
Già avviato a una promettente carriera di insegnante e di scrittore,
l'autore, allora ventiseienne, si lascia sedurre dalla bellezza del diritto. Harvard è un'università che gode di largo credito, ma è dura e
selettiva, richiede dai suoi allievi un impegno pressoché totale, orari
di studio massacranti con esami difficili e professori esigenti.
Il prezzo da pagare per diventare uno stimato e richiesto professionista,
il socio di un grande e avviato studio legale, è costituito da stress, ansie,
insicurezze, depressioni, panico, tempeste psicosomatiche, tensioni
coniugali. Non c'è tempo per uscite serali o per uno spettacolo
cinematografico, nemmeno ci si può concedere il modesto passatempo di
guardare qualche volta la tv. Gli incubi degli iscritti a 1L si chiamano Metodologia Legale,
Contratti, Proprietà, Procedura Civile, Illeciti Civili, Procedura
Penale. Gli studenti si trovano spesso alle prese con sentimenti di
vergogna, imbarazzo, umiliazione, fallimento. Quella dell'avvocato si
rivela sin dall'inizio una professione ispirata alla competizione più
feroce.
Lo studio è almeno parzialmente calato nella pratica, in
quella che l'autore definisce "clinica", con la discussione di casi giudiziari e la simulazione di veri processi. Gli
studenti migliori, quelli che collezionano agli esami più A, vengono nominati redattori della rivista giuridica
della facoltà, Law Review. I professori stimolano gli allievi al
ragionamento più rigoroso, attraverso un insegnamento di tipo
socratico. Ciononostante Scott Turow mantiene per tutto il libro e
specialmente nella postfazione un atteggiamento costruttivamente critico
verso i metodi didattici impiegati nell'insegnamento accademico e sulla
loro efficacia nel preparare i futuri avvocati all'esercizio della
professione.
Sullo sfondo emerge l'etica meritocratica statunitense. Chi
ha più qualità ed è disposto a lavorare duro, può sperare di ricevere
una giusta ricompensa. Insomma, quanto di più lontano si possa immaginare
dall'egualitarismo postsessantottino di casa nostra, che, spesso mal
interpretato, tanti danni ha
prodotto nelle nostre scuole.
Forse la prosa di Turow è un po' impersonale e incolore, ma il libro
si legge con piacere e profitto.
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