Edmondo Berselli, Quel gran pezzo dell'Emilia. Terra di comunisti, motori, musica, bel gioco, cucina grassa e italiani di classe,
Mondadori, 2004

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copertinaL'Emilia-Romagna è una regione che per Edmondo Berselli non corrisponde esattamente ai confini disegnati nelle cartine geografiche, quelli per intenderci che anch'io ho studiato a scuola, negli atlanti De Agostini. Mentre Piacenza, città emiliana, è già un po' periferia di Milano, Mantova a nord e Pesaro a sud fanno idealmente e culturalmente parte della regione.
Guai poi a confondere gli emiliani coi romagnoli. Esistono delle precise differenze antropologiche, storiche, linguistiche e culturali.

Comunque, nell'Emilia del Dopoguerra, quella delle diatribe fra Peppone e don Camillo inventate da Giovannino Guareschi, è successo uno strano fenomeno evolutivo: il comunismo, che per tanti anni ha detenuto la leadership politica della regione, si è sposato felicemente con gli affari. Il carattere pragmatico del comunismo emiliano, ispirato, nelle sue migliori espressioni, a sobri ed elevati valori morali, ai principi della buona amministrazione e al compromesso con la borghesia, ha prodotto alcuni servizi pubblici eccellenti (gli asili di Reggio Emilia, per esempio, sono i migliori del mondo secondo un'autorevole rivista internazionale) e un pullulare di aziende, nelle aree contigue alla Via Emilia, che costituiscono tuttora un modello, denominato "economia di distretto", studiato anche dai professori americani. In Emilia si è realizzata un'utopia altrove inconcepibile: "il socialismo più la ricchezza".

Scrive Berselli: "C'è stato un periodo irripetibile in cui da Piacenza a Rimini una moltitudine di cristiani ha costruito il modello emiliano. Naturalmente non sapevano neppure che cosa fosse, il modello divenuto poi così celebre. Si conoscevano più o meno gli ingredienti, che sarebbero stati sufficienti per fare il più grande zampone economico del mondo: c'erano dentro il culatello di zibello, il salame di Felino e il prosciutto di Langhirano, la Salvarani e la Barilla, gli egiziani che lavoravano alle fonderie di Reggio, i magliai di Carpi, il gusto della meccanica arretrata e avanzata, il parmigiano reggiano, la Fiat Trattori di Modena, l'Idrolitina e Zangheri a Bologna, le cooperative che diventavano sempre più colossali, le banche locali dappertutto, le sterminate balere in ogni dove, l'agricoltura fiorente della Romagna, le pensioni a tre stelle o quasi per i tedeschi a Casenatico e Milano Marittima, le notti calde a Rimini, tutti i birri della Riviera, Amarcord di Fellini, la pace sociale perché il sindacato non tirava troppo la corda, l'ordine generale perché nulla sfuggiva al partito [...]. Ma per inglobare a amalgamare tutti questi elementi ci voleva un ingrediente in più. Ci voleva la Cultura [...]".

Cultura significa università di buon livello, professori come Umberto Eco e Ezio Raimondi, scrittori come Pier Paolo Pasolini, ma anche la musica pop.

Gaudente, con un'aura di spleen e di follia, amante della buona tavola, della musica e dei motori, l'Emilia-Romagna ha prodotto scrittori eccentrici come Antonio Delfini, o giovanilisti come Tondelli, cineasti immaginifici come Federico Fellini, cantanti che hanno fatto epoca come la Caselli, Guccini, Bertoli, Zucchero, Dalla, Ligabue, fino a quel fenomeno tipico dell'Appennino modenese che è lo squinternato e amatissimo Vasco Rossi, la prima rock star post-ideologica, ma anche imprenditori dell'automobile come Enzo Ferrari e Alejandro De Tomaso (argentino di nascita, ma emiliano d'adozione), piloti delle due e quattro ruote (sono emiliani  Bruno Spaggiari, Tarquinio Provini, i fratelli Villa e forse anche il mantovano Tazio Nuvolari e il pesarese, contemporaneo, Valentino Rossi), che sapevano smontare, ritoccare e rimontare i motori meglio dei giapponesi.

Nel calcio, il pubblico bolognese ha fama di essere una delle platee più esigenti in fatto di bel gioco, e in effetti, i rossoblu del Bologna hanno espresso più volte, in epoche diverse, il più bel calcio d'Italia e talvolta del mondo. Gli sportivi, che hanno almeno qualche capello bianco, associano ancor oggi il Bologna, - se non per diretto ricordo personale, per sentito dire -, alla "squadra che tremare il mondo fa".

È emiliano il tecnico calcistico che ha rivoluzionato negli ultimi decenni il gioco del calcio in Italia, quell'Arrigo Sacchi da Fusignano, che da oscuri e spelacchiati campetti  di altrettanto oscuri paesini della Romagna, è approdato, via Rimini e Parma, al Milan stellare di Berlusconi. Berselli un po' nel libro gli dà la baia, considerandolo un allenatore troppo schiavo della teoria e dell'ideologia. Io, al contrario, per l'Arrigo nutro un'ammirazione sconfinata.

L'autore del libro, Edmondo Berselli, è orginario di Campogalliano, Modena, e vanta una lunga milizia nella casa editrice "Il Mulino", sita proprio nel cuore della capitale Bologna, il cui famoso Centro Studi  è quel posto, come ebbe a dire una volta il vecchio sindaco Renato Zangheri,  e come autoironicamente ricorda Berselli stesso, "dove sanno tutto dei puritani del Massachussetts e niente delle mondine di Molinella". Oggi fa l'opinionista di spicco su "L'Espresso", firmando più articoli in ogni nuovo numero.

Il suo è un saggio brillante che adotta, scusate l'infelice ossimoro, un registro narrativo. Le sapide elucubrazioni  e le meditate argomentazioni contenute nel racconto di Berselli seguono il filo della memoria, procedono per contiguità e hanno come cifra stilistica l'aneddoto gustoso e divertente.

Il linguaggio è connotato da una varia e felice scelta lessicale, che risente delle molte discipline frequentate dall'autore: economia, politologia, sociologia, letteratura, psicologia, storia, massmediologia. Insomma, Berselli assomiglia a un Arbasino (citato nel libro), dove però si capisce tutto. Si tratta di una scelta di chiarezza e semplicità, quella compiuta dallo scrittore, assolutamente condivisibile.

Il lettore impara molto e ride di gusto.

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Pagina aggiornata il 13.01.08
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