L'Emilia-Romagna è una
regione che per Edmondo Berselli non
corrisponde esattamente ai confini disegnati nelle cartine geografiche,
quelli per intenderci che anch'io ho studiato a scuola, negli atlanti De
Agostini. Mentre Piacenza, città emiliana, è già un po' periferia di Milano, Mantova a
nord e Pesaro a sud fanno idealmente e culturalmente parte della regione.
Guai poi a confondere gli emiliani coi romagnoli. Esistono delle precise
differenze antropologiche, storiche, linguistiche e culturali.Comunque,
nell'Emilia del Dopoguerra, quella delle diatribe fra Peppone e don
Camillo inventate da Giovannino Guareschi, è successo uno strano
fenomeno evolutivo: il comunismo, che per tanti
anni ha detenuto la leadership politica della regione, si è sposato
felicemente con gli affari. Il carattere pragmatico del comunismo
emiliano, ispirato, nelle sue migliori espressioni, a sobri ed elevati
valori morali, ai principi della buona amministrazione e al
compromesso con la borghesia, ha prodotto
alcuni servizi pubblici eccellenti (gli asili di Reggio
Emilia, per esempio, sono i migliori del mondo secondo un'autorevole rivista
internazionale) e un pullulare di aziende, nelle aree contigue alla Via
Emilia, che costituiscono tuttora un modello, denominato "economia di
distretto", studiato anche dai professori americani. In Emilia si
è realizzata un'utopia altrove inconcepibile: "il socialismo più la
ricchezza".
Scrive Berselli: "C'è stato un periodo irripetibile in cui
da Piacenza a Rimini una moltitudine di cristiani ha costruito il
modello emiliano. Naturalmente non sapevano neppure che cosa fosse, il
modello divenuto poi così celebre. Si conoscevano più o meno gli
ingredienti, che sarebbero stati sufficienti per fare il più grande
zampone economico del mondo: c'erano dentro il culatello di zibello, il
salame di Felino e il prosciutto di Langhirano, la Salvarani e la
Barilla, gli egiziani che lavoravano alle fonderie di Reggio, i magliai
di Carpi, il gusto della meccanica arretrata e avanzata, il parmigiano
reggiano, la Fiat Trattori di Modena, l'Idrolitina e Zangheri a Bologna,
le cooperative che diventavano sempre più colossali, le banche locali
dappertutto, le sterminate balere in ogni dove, l'agricoltura fiorente
della Romagna, le pensioni a tre stelle o quasi per i tedeschi a
Casenatico e Milano Marittima, le notti calde a Rimini, tutti i birri
della Riviera, Amarcord di Fellini, la pace sociale perché il sindacato
non tirava troppo la corda, l'ordine generale perché nulla sfuggiva al
partito [...]. Ma per inglobare a amalgamare tutti questi elementi ci
voleva un ingrediente in più. Ci voleva la Cultura [...]".
Cultura significa università di buon livello, professori come
Umberto Eco e Ezio Raimondi, scrittori come Pier Paolo Pasolini, ma
anche la musica pop.
Gaudente, con un'aura di spleen e di follia, amante della buona
tavola, della musica e dei motori, l'Emilia-Romagna ha prodotto
scrittori eccentrici come Antonio Delfini, o giovanilisti come Tondelli,
cineasti immaginifici come
Federico Fellini, cantanti che hanno fatto epoca come la Caselli, Guccini, Bertoli,
Zucchero, Dalla, Ligabue, fino a quel fenomeno tipico dell'Appennino
modenese che è lo squinternato e amatissimo Vasco Rossi, la prima rock
star post-ideologica, ma anche imprenditori dell'automobile come Enzo Ferrari e
Alejandro De Tomaso (argentino di nascita, ma emiliano d'adozione),
piloti delle due e quattro ruote (sono emiliani Bruno
Spaggiari, Tarquinio Provini, i fratelli Villa e forse anche il mantovano Tazio
Nuvolari e il pesarese, contemporaneo, Valentino Rossi), che sapevano smontare,
ritoccare e rimontare i motori meglio dei giapponesi.
Nel calcio, il pubblico bolognese ha fama di essere una delle platee
più esigenti in fatto di bel gioco, e in effetti, i rossoblu del
Bologna hanno espresso più volte, in epoche diverse, il più bel calcio
d'Italia e talvolta del mondo. Gli sportivi, che hanno almeno qualche
capello bianco, associano ancor oggi il Bologna, - se non per diretto
ricordo personale, per sentito dire -, alla "squadra che tremare il
mondo fa".
È emiliano il tecnico calcistico che ha rivoluzionato negli ultimi
decenni il gioco del calcio in Italia, quell'Arrigo Sacchi da Fusignano,
che da oscuri e spelacchiati campetti di altrettanto oscuri
paesini della Romagna, è approdato, via Rimini e Parma, al Milan
stellare di Berlusconi. Berselli un po' nel libro gli dà la baia,
considerandolo un allenatore troppo schiavo della teoria e
dell'ideologia. Io, al contrario, per l'Arrigo nutro un'ammirazione
sconfinata.
L'autore del libro, Edmondo Berselli, è orginario di Campogalliano, Modena,
e vanta una lunga
milizia nella casa editrice "Il Mulino", sita proprio nel cuore della
capitale Bologna, il cui famoso Centro Studi è quel posto, come
ebbe a dire una volta il vecchio sindaco Renato Zangheri, e come
autoironicamente ricorda Berselli stesso, "dove sanno tutto dei
puritani del Massachussetts e niente delle mondine di Molinella". Oggi fa l'opinionista
di spicco su "L'Espresso", firmando più articoli in ogni nuovo numero.
Il suo è un saggio brillante che adotta, scusate l'infelice
ossimoro, un registro narrativo. Le sapide elucubrazioni e le
meditate argomentazioni contenute nel racconto di Berselli seguono il
filo della memoria, procedono per contiguità e hanno come cifra
stilistica l'aneddoto gustoso e divertente.
Il linguaggio è connotato da una varia e felice scelta lessicale,
che risente delle molte discipline frequentate dall'autore: economia,
politologia, sociologia, letteratura, psicologia, storia, massmediologia.
Insomma, Berselli assomiglia a un Arbasino (citato nel libro), dove
però si capisce tutto. Si tratta di una scelta di chiarezza e
semplicità, quella compiuta dallo scrittore, assolutamente
condivisibile.
Il lettore impara molto e ride di gusto.
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