Raccolta di scritti, otto per
l'esattezza, in cui la Gordimer, insignita del premio
Nobel nel 1991, delinea la sua idea di letteratura,
attraverso alcune riflessioni originali e alcune
penetranti pagine critiche sull'opera di Mahfuz,
Achebe, Amos Oz, scrittori pressochè sconosciuti
alla grande platea dei lettori occidentali.
La letteratura poco frequentata delle periferie
del mondo mette in scena problemi, motivi, conflitti
che assomigliano tremendamente a quelli che viviamo
nella vita di tutti i giorni e i personaggi che li
incarnano, pur muovendosi in altre latitudini,
risultano assolutamente affascinanti, a volte più
moderni dei loro corrispettivi nordamericani.
Il potere, la tradizione, la voglia di
autenticità, la corruzione, il male, lo scontro
generazionale, la giustizia, la politica, la
rassegnazione sono i poli tra cui si dibattono anche
le nostre vite.
Per la Gordimer, la letteratura è autocoscienza,
lotta all'oppressione, occasione di impegno.
I libri, è vero, nascono spesso da altri libri, ma
finiscono col ritrarre la vita nella sua essenza.
La letteratura è anche riscatto da una quotidianità
opaca, la vera vita di coloro (sono tanti, siamo
tanti), che vivono ai margini, fuori dall'esercizio
del potere e del dominio.
A questo proposito, la Gordimer ricorda
l'adolescenza e la giovinezza nel Sudafrica dell'apartheid,
quando la lettura dei libri di Dostoevskij, Proust,
Cechov, Lawrence, presi a prestito dalla biblioteca,
rappresentavano, per lei, la vita reale.
La scrittura è, per l'autrice, fatta di
immaginazione e verità, di ricchezza percettiva,
oltre che di attenzione al linguaggio.
La scrittura è interpretazione ed esplorazione della
realtà, individuale e collettiva, è la debole
luce di una piccola torcia nel labirinto sanguinoso
ma ricco di bellezza dell'esperienza umana,
dell'essere.
Il libro è concluso da una serie di illuminanti e
appassionate riflessioni sull'opera di Joseph Roth.
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