Gente
in Aspromonte è una raccolta di tredici novelle dello scrittore
calabrese Corrado Alvaro, che uscì per Le Monnier nel
1930. Il titolo deriva dal racconto lungo che fa da apertura al
libro. Un racconto, "il cui respiro è quello di un autentico romanzo
breve", come annota Paola Del Rosso in un'analisi approfondita delle
strutture narrative dell'opera*.L'incipit di Gente in Aspromonte, così ricco di lirismo e di echi
mitologici, è uno dei brani più
antologizzati della letteratura italiana del Novecento:
"Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d'inverno, quando
i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle
acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e
dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad
una mantelletta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta
raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale. I torrenti hanno una
voce assordante. [...]".
Dura è la vita dei pastori, ma il loro lavoro, a differenza del
subentrante lavoro industriale, è ancora in sintonia con l'alternarsi
ciclico delle stagioni. Il tempo del lavoro è scandito, oltre che
dall'alternarsi del giorno e della notte, anche dal tempo meteorologico:
se piove non si può lavorare, i torrenti si ingrossano, c'è il rischio
delle piene. D'estate, col ritorno del sole, la montagna si anima e, di
contro, i pastori possono far ritorno alle case di muro giù al paese.
Anche il rapporto dei pastori con gli animali è particolare: mezzo di sostentamento,
strumento di lavoro, l'animale, nella solitudine della montagna, diventa
una figura amica, con la quale colloquiare.
I bambini imparano a conoscere se stessi e il mondo nelle piazze, nelle
strade, dove si ritrovano spontaneamente, fanno a botte, giocano,
sperimentano la gioia di stare insieme senza la mediazione degli adulti.
Col loro sguardo incantato immaginano e fantasticano, ma scoprono anche
la violenza, la prevaricazione, i primi turbamenti dei sensi.
Molto tempo viene dedicato alla conversazione, alla chiacchiera,
all'attaccar bottone: le donne si raccolgono a chiacchierare alla
fontana, gli uomini, invece, mentre magari percorrono le vie per lavoro.
Un giorno succede una disgrazia: l'Argirò, soprannominato lo Zuccone,
perde quattro bestie precipitate in un dirupo. Proprietario degli animali
è Filippo Mezzatesta, cui l'Argirò, accompagnato dal figlioletto
Antonello, si rivolge per chiedere clemenza e aiuto. Giunto nella fastosa
villa padronale, ricca di ogni ben di dio, il pastore viene liquidato con
sprezzo ed umiliato dinnanzi al figlio dal signore, che si è appena
alzato da letto, attorniato da uno stuolo di serve, che lo aiuta persino a
vestirsi. La mente del lettore corre alla descrizione del risveglio e dei
comportamenti del "giovin signore" de Il Giorno di Parini.
La villa padronale è il centro della vita del paese, "con
portici, stalle, cucine, giardini, servi. Il popolo si agitava e si
affannava intorno a questa casa che era attigua alla chiesa, dove era
tutta la ricchezza, tutto il bene e il male del paese [...] essere servi
in quella casa era già un privilegio [...] Dovunque ci si voltava era
terra di questa casa, dalle foreste sui monti agli orti acquatici verso
il mare. Dovunque, comunque. Era loro la terra, loro le ulive che vi
cadevano sopra, erano loro le foreste sui monti intorno, loro i campi
tosati di luglio [...] Quanti schiaffi volarono sulle facce dei
contadini, quanti calci dietro a loro! Le anticamere rigurgitavano di
gente misera che aspettava di essere ricevuta, rovinata per un maiale
precipitato in qualche strapiombo. Qui si discuteva della roba
[...]".
Il quadro che Alvaro ci delinea è quello di uno società
semifeudale, fortunatamente prossima al declino, dove il rapporto
padrone-dipendente è improntato all'arroganza, alla violenza, al
sopruso
L'Argirò, che pur ha cercato di ribellarsi al padrone, sentendosi
ormai rovinato, si rivolge allora all'altro Mezzatesta, Camillo, un tipo
ombroso e strano che si accompagna a una donna, la Pirria, da cui ha
avuto tre figli, ma che non vuole sposare, perché sospetta che due dei
tre figli non siano suoi. Ma anche Camillo Mezzatesta lo respinge,
consigliandogli di rivolgersi a un usuraio, il Lisca, un freddo e furbo
calcolatore che accumula denaro barando al gioco.
Lisca concede all'Argirò un prestito di venticinque lire per la
semina, a patto di vederseli restituire in grano, dopo il raccolto e in
cambio di qualche altro servizio domestico.
L'Argirò riesce pian piano a risollevarsi, a raddrizzare la sua
fortuna economica. Cambia molti mestieri, finché compra una mula, la
Rosa, con cui fa servizio di trasporto fra il paese e il mare.
Ecco allora che gli viene un'idea: quella di riscattarsi socialmente
facendo studiare l'ultimo figlio che gli è nato, Benedetto, cui vanno
fin dalla nascita tutte le attenzioni della famiglia, comprese quelle di
Antonello e degli altri due fratelli che sono nati muti.
"Perbacco, di questo ne faremo un dottore", dice l'Argirò,
anzi "Ne voglio fare un prete predicatore, e che parli per tutta
la famiglia messa insieme"
L'Argirò chiede ad Antonello di cominciare a lavorare, di
contribuire pure lui a racimolare il denaro necessario per far studiare
il fratello da prete: "Qui in questo paese non c'è scampo per
nessuno, con questi mariuoli che comandano. Bella rivincita che sarebbe
per me, per noi tutti, che da casa nostra uscisse qualcuno che potesse
parlare a voce alta, e li mettesse a posto. Il prete ci vuole. Tu mi
devi aiutare".
Antonello accetta e sviluppa verso il fratello un sentimento quasi
paterno. Benedetto viene inviato a studiare in seminario. Quando rientra
a casa, in paese, durante le vacanze estive, il padre, estasiato, lo fa
parlare, lo fa incontrare con gli altri paesani, lo accompagna anche in
visita ai signori; le donne e le bambine lo ammirano. L'Argirò, quando
può, comincia a frequentare la chiesa, si priva di ogni piacere pur di
risparmiare in favore del figlio.
Un giorno decide di andare a trovare il figlio in città, portandogli
dei doni. Scorge un gruppo di seminaristi in una via. Fra loro c'è
anche Benedetto. Ma non riesce a parlargli, il figlio lo respinge,
dicendo che il periodo quaresimale gli impone il silenzio e il
raccoglimento. Il pastore fa ritorno al paese amareggiato.
Intanto i paesani cominciano ad evitarlo e, un giorno, la stalla con
la mula Rosa vanno a fuoco. "Glielo avevo detto tante
volte di non menar vanto del figlio e di non gloriarsi
dell'avvenire, perché l'invidia ha gli occhi e la fortuna è
cieca. Signore Iddio, com'è fatta la gente! che non può vedere un po'
di bene a nessuno, e anche se non hanno bisogno di nulla invidiano il
pane che si mangia e le speranze che vengono su", si lamenta,
straziata, la moglie dell'Argirò.
È la rovina definitiva. Ad appiccare il fuoco sono stati i tre figli
di Camillo Mezzatesta, il Titta, il Peppino e l'Andreuccio, tre balordi
che hanno costretto il padre a lasciar loro tutte le proprietà dopo
averlo picchiato e minacciato e che hanno cacciato di casa entrambi i genitori.
Ora, per le vie del paese i tre si divertono a mettere alla berlina il
povero pastore.
Intanto Antonello fa ritorno al paese. Lo hanno licenziato. Il lavoro
era troppo duro e non gli davano da mangiare a sufficienza. Antonello,
non domo, medita vendetta e, un giorno, va sui monti e brucia il bosco e
gli armenti dei Mezzatesta, determinandone la rovina. Distribuisce la
carne ai poveri del paese, si dà alla macchia e protegge i piccoli
mandriani. Finché i carabinieri lo catturano. Egli non fa resistenza,
ma si consegna fiducioso alla Giustizia, non forse a quella dello Stato,
men che meno a quella dei ricchi e dei potenti, ma a quella ideale, con
la G maiuscola.
"Finalmente", disse, "potrò parlare con la Giustizia.
Ché ci è voluto per poterla incontrare e dirle il fatto suo".
Fra i principali temi trattati dal racconto di Alvaro, oltre
all'importante descrizione della vita dei pastori calabresi, che
costituisce ancor oggi un prezioso documento di storia economica e
sociale del nostro paese, c'è il tema dell'amore paterno che, nel caso
dell'Argirò, è colmo di sincero affetto, ma pure di
strumentalizzazioni e di egoismi nei confronti dei figli.
Il racconto contiene una lunga descrizione del mondo incantato e
favoloso dell'infanzia, l'innocenza dei bambini che mantengono un
rapporto attento e meravigliato con le cose e il mondo circostante. Nel
caso di Antonello, uno dei personaggi chiave del racconto, all'incanto
subentra presto la disillusione, la percezione delle differenze sociali
e infine dell'ingiustizia e del male. Attraverso la sua formazione fatta
di durezze e di frustrazioni, Antonello concepirà la scelta di
diventare brigante.
Ecco dunque che Alvaro accenna al fenomeno del brigantaggio, così
diffuso nel Meridione e alle sue possibili ragioni sociali. Nel caso di
Antonello, diventare bandito può costituire un modo per rompere un
legame di sudditanza col signore proprietario.
Gente in Aspromonte, infine, è percorso da un animismo
tutt'altro che superato, da un attribuire cioè viva presenza ad
elementi naturali come la terra, i monti, i fiumi. Questo profondo
rispetto per l'ambiente dovrebbe essere fatto proprio dall'uomo
contemporaneo, se vuole sperare di salvare il mondo dalla distruzione.
La critica ha sottolineato le analogie di Gente in Aspromonte
con la narrativa di Verga, in particolare con I Malavoglia. Là,
a dare la stura al racconto, c'era il naufragio della barca carica di
lupini, qui i quattro buoi dell'Argirò che precipitano. Anche nel
racconto di Alvaro c'è un narratore che regredisce per
rappresentare la psicologia e il linguaggio dei pastori calabresi
Senza addentrarsi in complesse analisi stilistiche, la cosiddetta
"prosa d'arte" di Alvaro tocca, in questo racconto, vette di
lirismo e di elegia, che ricompensano abbondantemente le fatiche del
lettore.
Rinnovando la tradizione verghiana, con Gente in Aspromonte Alvaro
ci consegna un racconto ispirato, partecipato, vivo, non un depliant
turistico, ma una narrazione che regge anche a una lettura contemporanea
quando le strutture sociali ed economiche sono profondamente mutate.
* Paola Del Rosso, Come leggere Gente in Aspromonte di Corrado
Alvaro, Milano, Mursia, 1994
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