Un gruppo di ragazzi della
buona borghesia americana è dedito al divertimento,
con l'immancabile corollario di ansie adolescenziali
e pasticche. Una di loro, Karen, fidanzata con
Richard, entra in coma dopo l'assunzione di farmaci
misti a vodka. Si sveglia dopo circa vent'anni,
ritrovandosi mamma e avendo modo di rivedere il mondo
e i suoi vecchi amici. Rimane delusa. I ragazzi, nel
frattempo diventati adulti, hanno fatto i soldi, li
hanno persi, li hanno riconquistati, ma sono
inautentici, soli, esiliati dai sogni
dell'adolescenza, inconsistentemente autocritici,
insomma dei falliti, dei vinti. Sono adulti
perennemente inadeguati, agiti da pulsioni
autodistruttive.
Karen, che ha capacità divinatorie, prevede in tv
la fine del mondo, che puntualmente si avvera.
Sopravvive soltanto il gruppo di amici, che si vede
donata una chance per cambiare la propria
vita e il mondo.
Il romanzo subisce quindi, dopo due terzi del suo
svolgimento, un repentino cambiamento di registro. Da
una narrazione realistica, si passa al surreale, con
la descrizione di un'apocalisse, piena di cadaveri,
vetri rotti, esplosioni, ipermercati collassati, auto
con le ruote sgonfie. Un cambiamento poco
convincente; il lettore, spiacevolmente disorientato,
sobbalza ai sermoni di fantasmi in vena di lezioni
pedagogiche, quando si aspettava di delibare una
storia realistica. Ci sono molte prediche in
quest'ultima parte, alcune vagamente irritanti.
Peccato, perché Coupland è molto bravo nel
riprodurre dialoghi giovanili credibili, capaci di
evocare l'atmosfera e la nostalgia della gioventù,
almeno di quella delle latitudini ricche del pianeta.
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