Douglas Coupland, Fidanzata in coma, Feltrinelli, 1998

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copertinaUn gruppo di ragazzi della buona borghesia americana è dedito al divertimento, con l'immancabile corollario di ansie adolescenziali e pasticche. Una di loro, Karen, fidanzata con Richard, entra in coma dopo l'assunzione di farmaci misti a vodka. Si sveglia dopo circa vent'anni, ritrovandosi mamma e avendo modo di rivedere il mondo e i suoi vecchi amici. Rimane delusa. I ragazzi, nel frattempo diventati adulti, hanno fatto i soldi, li hanno persi, li hanno riconquistati, ma sono inautentici, soli, esiliati dai sogni dell'adolescenza, inconsistentemente autocritici, insomma dei falliti, dei vinti. Sono adulti perennemente inadeguati, agiti da pulsioni autodistruttive.

Karen, che ha capacità divinatorie, prevede in tv la fine del mondo, che puntualmente si avvera. Sopravvive soltanto il gruppo di amici, che si vede donata una chance per cambiare la propria vita e il mondo.

Il romanzo subisce quindi, dopo due terzi del suo svolgimento, un repentino cambiamento di registro. Da una narrazione realistica, si passa al surreale, con la descrizione di un'apocalisse, piena di cadaveri, vetri rotti, esplosioni, ipermercati collassati, auto con le ruote sgonfie. Un cambiamento poco convincente; il lettore, spiacevolmente disorientato, sobbalza ai sermoni di fantasmi in vena di lezioni pedagogiche, quando si aspettava di delibare una storia realistica. Ci sono molte prediche in quest'ultima parte, alcune vagamente irritanti.

Peccato, perché Coupland è molto bravo nel riprodurre dialoghi giovanili credibili, capaci di evocare l'atmosfera e la nostalgia della gioventù, almeno di quella delle latitudini ricche del pianeta.

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Pagina aggiornata il 15.02.01
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