La dorata
vita dei calciatori noi comuni mortali, giocatori di Fantacalcio
e tifosi della domenica, la potevamo fino a qualche anno fa soltanto
immaginare. Dopo i libri di Carlo Petrini la conosciamo dettagliatamente
e di questo gli dobbiamo essere grati.
Carlo Petrini è stato centravanti di qualche valore negli anni
Sessanta e Settanta. Le sue qualità sportive lo hanno portato a
vestire la casacca di titolare del Milan e la maglia azzurra della
Nazionale, ma la sua lunga carriera di mercenario su e giù per lo stivale,
presso le più svariate corti calcistiche e militando nei
campionati più disparati, gli ha
permesso di conoscere in maniera approfondita e di prima mano il mondo
del calcio. Di umili origini, - il papà
raccoglitore di legna e poi muratore, la mamma cameriera -, Petrini,
presto orfano di padre, cerca un riscatto sociale nello studio e nel
calcio. Studente del liceo classico, abbandona gli studi per dedicarsi
giovanissimo alla carriera di calciatore. Prima le giovanili del Genoa,
poi la prima squadra con la maglia dei grifoni, quindi Lecce, Milan,
Torino, Varese, Catanzaro, Ternana, Roma, Verona, Cesena, Bologna,
Savona, Cuneo, Rapallo.
Attraverso le pagine del libro-confessione di Petrini assistiamo agli allenamenti, viviamo le partite, entriamo
negli spogliatoi, conosciamo la vita privata dei calciatori, con tanto
di nomi e
cognomi. Impariamo come si truccano le partite, come si elude un
controllo antidoping, quali insulti e colpi proibiti si scambiano
durante la partita stopper e centravanti, come si resista alla fatica e
si migliori le proprie prestazioni agonistiche, facendosi iniettare sostanze proibite, imposte dai dirigenti stessi delle
società sportive. Apprendiamo come passano il tempo libero i calciatori:
giocando a carte o a flipper (oggi, credo, con la playstation), misurandosi la lunghezza
degli organi genitali, facendo scherzi
idioti, parlando di donne e motori, scopando belle ragazze di ogni
estrazione sociale: semplici tifose, mogli di dirigenti o di compagni di
squadra, studentesse, casalinghe, squillo, in qualsiasi combinazione dell'aritmetica
e del Kamasutra. Apprendiamo di guadagni da capogiro, spesso in nero: con un
premio partita, Petrini riesce a regalare un appartamento alla madre.
Conosciamo allenatori autoritari, il cui scopo principale è quello di
tenere i calciatori lontani dalle scorpacciate di sesso e di cibo e
compagni di squadra altezzosi, attaccati al denaro, spesso ipocriti
dalla doppia morale. E poi il sottobosco di personaggi equivoci, ingenui
o affaristi, che circondano i calciatori: semplici tifosi, maneggioni,
professionisti, cantanti, attori, giornalisti, mafiosi.
Petrini è insomma il Balzac che ci mostra in maniera cruda, con un
pugno diretto allo stomaco del lettore, gli splendori e le miserie di
quell'universo, in qualche modo a sé, che è in Italia è il mondo del
calcio.
L'epilogo del libro è drammatico: Petrini viene condannato per la
vicenda del calcio-scommesse, diventa una sorta di capro espiatorio su
cui si accanisce la giustizia sportiva. Lui ci mette del suo:
irresponsabile, amante dei piaceri, non se la sente di cambiare vita e
abitudini e di mettere la testa a posto: il suo matrimonio va a pezzi
e lui si caccia in guai finanziari, costretto a fuggire
all'estero per eludere le minacce dei creditori. Vive nascosto,
diventa semicieco a causa di un glaucoma, mentre il figlio Diego,
promessa del calcio genovese, muore di tumore a diciannove anni, senza
poter rivedere il padre.
Una lettura urticante, un libro appassionante e istruttivo, che si legge tutto d'un fiato.
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