"Se vinciamo le elezioni,
mettiamo una donna vicepremier", ha detto il leader della coalizione
di centrodestra Silvio Berlusconi, negli ultimi e decisivi giorni
della sua campagna elettorale, nel tentativo
di accaparrarsi le simpatie e il voto degli elettori.
Ma l'importante non è, a rigore, il genere, o la razza, o le preferenze sessuali
di un governante, l'importante è la sua competenza.
Il saggio di William A. Henry III, critico letterario di Time, pubblicato
negli Stati Uniti nel 1994 (titolo originale: In Defense of Elitism)
e tradotto in italiano da Laura Serra, si propone appunto di attaccare
alcuni perniciosi stereotipi del "politicamente corretto",
l'ideologia più subdolamente pervasiva coltivata in seno alle
democrazie occidentali.
L'autore si schiera dalla parte dell'eccellenza, della competenza, del duro lavoro, del talento,
concetti e valori, a suo dire, tenuti in sospetto nell'attuale società
e sacrificati sull'altare dell'invidia e dell'ansia di livellamento.
Scrive William Henry III: "[...]semplicemente... alcuni
individui sono migliori di altri: più intelligenti, più laboriosi,
più colti, più produttivi, più difficilmente sostituibili. Vero è
anche che certe idee sono migliori di altre, che certi valori sono
più durevoli e certe opere d'arte più universali. Benché non osiamo
dirlo, alcune civiltà sono più raffinate di altre e quindi
maggiormente degne di essere studiate. Ogni piccolo frammento della
razza umana può avere un proprio contributo da dare: ciò non
significa che tutti i contributi siano uguali. Potremmo rinvenire
fascino romantico, estetica incisiva e perfino acume politico in
culture che non hanno mai raggiunto la moderna perfezione tecnologica.
Ciò non significa che sia giusto equipararle alla nostra. Non è
certo la stessa cosa inviare un uomo sulla luna e infilarsi un osso
nel naso".
La nuova ideologia genericamente sinistrorsa, progressista,
egalitaria e umanitaria
sta distruggendo, secondo l'autore del libro, il sistema educativo,
produttivo e amministrativo di intere nazioni.
Viene invocata l'ingiustizia della società per giustificare
qualunque comportamento irresponsabile, dai fallimenti individuali
all'abuso di cibo o di sostanze tossiche, alle condotte
delinquenziali.
La possibilità di scegliere, di reagire a un ambiente sfavorevole, di
assumersi delle responsabilità verso la propria esistenza e quella
altrui non viene nemmeno presa in considerazione dalla vulgata
ideologica corrente.
A scuola, gli studenti sono sempre più pigri e mal preparati, mentre
nei posti chiave di aziende e burocrazie gli incarichi di comando vengono assegnati
non secondo il merito, ma seguendo criteri di lottizzazione che
esulano dall'abilità personale. Il danno che tutti ne riceviamo è
enorme.
Persino in campo artistico e letterario si finisce col premiare
l'appartenenza dell'autore a un determinato gruppo ritenuto oppresso
dalla società, piuttosto che il valore intrinseco dell'opera.
Qualche limite, a mio avviso, il libro di Henry III lo evidenzia.
Le dimostrazioni procedono spesso secondo una ruvida logica
binaria: realizzati o falliti, vincitori o vinti, bianco o nero. La
vita è un fenomeno troppo complesso per ridurlo a schemi
grossolani, che fanno torto alla cultura classica dell'autore. Non
bastano un reddito elevato e un titolo accademico per certificare il
valore superiore di un individuo. Soprattutto, quando è in ballo
l'esistenza umana, stilare dei bilanci, come si trattasse di un
consuntivo aziendale, è profondamente sbagliato.
Si possono ritenere,
come nel mio caso, eccessivamente unilaterali, schematiche e conservatrici le
idee espresse da William A. Henry III, ma giudicare comunque In difesa dell'elitarismo un libro piacevole e incisivo, scritto con uno stile brillante, un pamphlet
che cattura l'attenzione del lettore e contribuisce a rinforzare il suo
spirito critico.