William A. Henry III, In difesa dell'elitarismo, Longanesi, 1995

S
a
g
g
i
s
t
i
c
a
"Se vinciamo le elezioni, mettiamo una donna vicepremier", ha detto il leader della coalizione di centrodestra Silvio Berlusconi, negli ultimi e decisivi giorni della sua campagna elettorale, nel tentativo di accaparrarsi le simpatie e il voto degli elettori.

Ma l'importante non è, a rigore, il genere, o la razza, o le preferenze sessuali di un governante, l'importante è la sua competenza.

Il saggio di William A. Henry III, critico letterario di Time, pubblicato negli Stati Uniti nel 1994 (titolo originale: In Defense of Elitism) e tradotto in italiano da Laura Serra, si propone appunto di attaccare alcuni perniciosi stereotipi del "politicamente corretto", l'ideologia più subdolamente pervasiva coltivata in seno alle democrazie occidentali. 
L'autore si schiera dalla parte dell'eccellenza, della competenza, del duro lavoro, del talento, concetti e valori, a suo dire, tenuti in sospetto nell'attuale società e sacrificati sull'altare dell'invidia e dell'ansia di livellamento.

Scrive William Henry III: "[...]semplicemente... alcuni individui sono migliori di altri: più intelligenti, più laboriosi, più colti, più produttivi, più difficilmente sostituibili. Vero è anche che certe idee sono migliori di altre, che certi valori sono più durevoli e certe opere d'arte più universali. Benché non osiamo dirlo, alcune civiltà sono più raffinate di altre e quindi maggiormente degne di essere studiate. Ogni piccolo frammento della razza umana può avere un proprio contributo da dare: ciò non significa che tutti i contributi siano uguali. Potremmo rinvenire fascino romantico, estetica incisiva e perfino acume politico in culture che non hanno mai raggiunto la moderna perfezione tecnologica. Ciò non significa che sia giusto equipararle alla nostra. Non è certo la stessa cosa inviare un uomo sulla luna e infilarsi un osso nel naso".

La nuova ideologia genericamente sinistrorsa, progressista, egalitaria e umanitaria sta distruggendo, secondo l'autore del libro, il sistema educativo, produttivo e amministrativo di intere nazioni.
Viene invocata l'ingiustizia della società  per giustificare qualunque comportamento irresponsabile, dai fallimenti individuali all'abuso di cibo o di sostanze tossiche, alle condotte delinquenziali.
La possibilità di scegliere, di reagire a un ambiente sfavorevole, di assumersi delle responsabilità verso la propria esistenza e quella altrui non viene nemmeno presa in considerazione dalla vulgata ideologica corrente.
A scuola, gli studenti sono sempre più pigri e mal preparati, mentre nei posti chiave di aziende e burocrazie gli incarichi di comando vengono assegnati non secondo il merito, ma seguendo criteri di lottizzazione che esulano dall'abilità personale. Il danno che tutti ne riceviamo è enorme.

Persino in campo artistico e letterario si finisce col premiare l'appartenenza dell'autore a un determinato gruppo ritenuto oppresso dalla società, piuttosto che il valore intrinseco dell'opera.

Qualche limite, a mio avviso, il libro di Henry III lo evidenzia. Le dimostrazioni  procedono spesso secondo una ruvida logica binaria: realizzati o falliti, vincitori o vinti, bianco o nero. La vita è un fenomeno troppo complesso per ridurlo a schemi grossolani, che fanno torto alla cultura classica dell'autore. Non bastano un reddito elevato e un titolo accademico per certificare il valore superiore di un individuo. Soprattutto, quando è in ballo l'esistenza umana, stilare dei bilanci, come si trattasse di un consuntivo aziendale, è profondamente sbagliato.

Si possono ritenere, come nel mio caso, eccessivamente unilaterali, schematiche e conservatrici le idee espresse da William A. Henry III, ma giudicare comunque In difesa dell'elitarismo un libro piacevole e incisivo, scritto con uno stile brillante, un pamphlet che cattura l'attenzione del lettore e contribuisce a rinforzare il suo spirito critico.

| home |

| recensioni |


Pagina aggiornata il 07.04.06
Copyright 2000-2007 Valentino Sossella