Giuseppe Culicchia, Ecce Toro, Laterza, 2006

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copertinaOmaggio alla squadra di calcio del Torino compilato da Giuseppe Culicchia, scrittore torinese di origini siciliane, di cui avevo già letto e apprezzato gli amari e ironici romanzi sulla condizione giovanile Tutti giù per terra e Paso Doble.

Culicchia, consapevole di pubblicare il proprio libro presso Laterza, editore di seriosi filosofi del tutto estranei agli erbosi rettangoli di gioco, da Kant a Hegel, da Spinoza a Schopenhauer allo stesso Benedetto Croce, quasi a scusarsi della materia "bassa" trattata, suddivide il suo volumetto sulle gesta del Toro in 19 capitoli, ad ognuno dei quali dà un titolo che richiama i titoli delle opere di un altro grande della filosofia: Friedrich Nietzsche.

Fondato nel 1887 da un gruppo di inglesi che si trovavano in Italia per lavoro, il Torino può essere considerato di diritto il più antico club calcistico italiano. Anche se la data ufficiale della fondazione è da posticipare, per la precisione, al 3 dicembre 1906.

Tra i suoi primi allenatori, il Toro può vantare quel Vittorio Pozzo che conquistò con la Nazionale due titoli mondiali, quando la Coppa del Mondo di calcio era ancora conosciuta come Coppa Rimet. Tra i primi giocatori del Toro ad acquisire fama imperitura si ricordano i calciatori Baloncieri e Libonatti, l'attaccante, campione di biliardo oltre che di calcio, cui spetta ancora il primato dei gol in maglia granata: 154.

Il Torino entra tuttavia definitivamente nella leggenda a partire dal torneo 1946-47, quando arriva ai vertici del campionato italiano e dei valori internazionali con quella squadra che ancora oggi è ricordata (e celebrata in fiction televisive) col nome significativo di Grande Torino. Ripassiamone l'eroica formazione, ormai consegnata alla storia non soltanto del calcio e dello sport, ma alla Storia nazionale tout court:
Bacigalupo; Ballarin, Maroso; Grezar, Rigamonti, Castigliano; Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola.

(a sinistra una foto del Grande Torino)

Pilastro e capitano del Grande Torino fu Valentino Mazzola, papà di Alessandro e di Ferruccio, anch'essi giocatori di primo piano (specialmente Sandrino) negli anni Sessanta e Settanta, principalmente con la maglia dell'Inter.

Valentino Mazzola fu il prototipo di quel calciatore totale che ebbe la sua consacrazione con il calcio messo in evidenza dalla nazionale olandese ai mondiali del 1974: un giocatore capace di difendere e di attaccare, di impostare il gioco e di finalizzarlo in gol. Insomma Valentino Mazzola fu un Crujyff ante litteram.

"Il Grande Torino diventa per l'Italia intera, prostrata dalla guerra, il simbolo della volontà di rinascita", scrive Culicchia. "Il Grande Torino, che gioca a memoria secondo il famoso 'sistema', regala ai suoi tifosi cento risultati utili consecutivi sul terreno di gioco del Filadelfia e pratica un calcio-spettacolo mai più eguagliato".

Ma la leggenda del Grande Torino vira in tragedia, quando il 4 maggio 1949 l'aeroplano che trasporta i calciatori, di ritorno da Lisbona dove hanno disputato un'amichevole contro il Benfica, si schianta sul colle di Superga, vicino alla Basilica. Muoiono tutti.
Per commemorare quel grande gruppo Culicchia chiama a testimone il Foscolo de I Sepolcri e il commediografo dell'antica Grecia Menandro col detto: "Muor giovane colui che al cielo è caro".

Il Torino si riprende a fatica da quella sciagura. Anzi, la morte cala di nuovo la sua falce sui granata il 15 ottobre 1967, quando un'auto guidata da un tifoso del Torino, che poi ne diventerà presidente, investe, uccidendolo, Gigi Meroni, la farfalla granata, l'estrosa ala destra capace di seminare in dribbling gli avversari, il calciatore più beat del calcio italiano. Una speranza della Nazionale, che chissà quali e quante prodezze ci avrebbe ammannito negli anni successivi, se avesse potuto continuare a involarsi sulla fascia destra del campo di gioco.

Bisogna aspettare il 1976, perché la squadra granata ritorni a vincere lo scudetto. Si tratta del Torino allenato dal mitico Gigi Radice. "Nessuna squadra italiana, nemmeno il Napoli di Maradona o il Milan di Gullit e Rijkaard e Van Basten" - commenta Culicchia - "ha mai giocato un calcio così bello come quello del Toro allenato da Radice a colpi di pressing e fuorigioco negli anni che vanno dal 1975 al 1977". Quella squadra era così composta: Castellini; Santin, Salvadori; Patrizio Sala, Mozzini, Caporale; Claudio Sala, Pecci, Graziani, Zaccarelli e Pulici.

La storia del Torino è costellata da alti e bassi, glorie e dolori, a mimare l'eterna condizione umana. Il Torino che incarna maggiormente questa metafora è, secondo Culicchia, quello che perse per un soffio la Coppa Uefa in una finale stregata, giocata ad Amsterdam contro l'Ajax il 13 maggio 1992. Bastava una vittoria di misura. Il Toro giocò bene, colpì i pali della porta avversaria, ma il pallone non voleva entrare; al novantesimo un tiro di Sordo colpì  la traversa: due centimetri più sotto e sarebbe stata la vittoria. Giocarono quella memorabile finale Marchegiani; Mussi, Policano; Fusi, Benedetti, Cravero; Scifo, Lentini, Casagrande, Martin Vasquez, Venturin. Allenatore era Emiliano Mondonico, il Mondo, il più torinista degli allenatori, perché del Torino è tifoso e nel Torino ha giocato in prima squadra.

Il libro di Culicchia ricorda altri "eroi" granata: Pasquale Bruno, detto O' Animale, Leo Junior, Walter Casagrande, Erwin Schachner, Angelo Cereser, Giorgio Puja, Aldo Agroppi (oggi acre commentatore televisivo), Giovanni Francini, Totò Vullo (di origini siciliane come l'autore), Massimo Crippa, Paolo Beruatto, Agatino Cuttone, Giacomo Ferri, Enrico (Tarzan) Annoni, Claudio Bonomi, Riccardo Maspero, Marco Ferrante (sue 143 reti con la maglia granata). Nomi che suonano familiari non soltanto ai tifosi del Toro, ma a tutti gli sportivi italiani. 
Il più amato tuttavia dall'autore è Paolo Pulici, soprannominato dalla stampa sportiva Puliciclone. 
Molti furono pure i flop: l'uruguagio Franco, strapagato dalla dirigenza del tempo e Tony Dorigo, su tutti.
L'autore ricorda, inoltre, il feroce antagonismo sviluppato dai tifosi granata verso l'altra squadra della città, la Juventus, soprannominata con perfidia la Goeba.

Alcuni passaggi del libro sono critici verso i vertici granata che, negli ultimi decenni, si sono avvicendati alla guida della squadra. Forse eccessivamente indulgente è Culicchia verso gli ultras, gli animatori della leggendaria curva Maratona, ritratti calcando eccessivamente il registro dell'epica.
Tuttavia, bello il calcio raccontato dagli scrittori!

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