Omaggio alla squadra di calcio
del Torino compilato da Giuseppe Culicchia, scrittore torinese di
origini siciliane, di cui avevo già letto e apprezzato gli amari e
ironici romanzi sulla condizione giovanile Tutti giù per terra e
Paso Doble.
Culicchia, consapevole di pubblicare il proprio libro presso Laterza,
editore di seriosi filosofi del tutto estranei agli
erbosi rettangoli di gioco, da Kant a Hegel, da Spinoza a Schopenhauer
allo stesso Benedetto Croce, quasi a scusarsi della materia
"bassa" trattata, suddivide il suo volumetto sulle gesta del
Toro in 19 capitoli, ad ognuno dei quali dà un titolo che richiama i
titoli delle opere di un altro grande della filosofia: Friedrich
Nietzsche.
Fondato nel 1887 da un gruppo di inglesi che si trovavano in Italia
per lavoro, il Torino può essere considerato di diritto il più antico
club calcistico italiano. Anche se la data ufficiale della fondazione è
da posticipare, per la precisione, al 3 dicembre 1906.
Tra i suoi primi allenatori, il Toro può vantare quel Vittorio
Pozzo che conquistò con la Nazionale due titoli mondiali, quando la
Coppa del Mondo di calcio era ancora conosciuta come Coppa Rimet. Tra i primi
giocatori del Toro ad acquisire fama imperitura si ricordano i
calciatori Baloncieri e Libonatti, l'attaccante, campione di biliardo
oltre che di calcio, cui spetta ancora il primato dei gol in maglia
granata: 154.
Il Torino entra tuttavia definitivamente nella leggenda a partire dal
torneo 1946-47, quando arriva ai vertici del campionato italiano e dei
valori internazionali con quella squadra che ancora oggi è ricordata (e
celebrata in fiction televisive) col nome significativo di Grande
Torino. Ripassiamone l'eroica formazione, ormai consegnata alla storia
non soltanto del calcio e dello sport, ma alla Storia nazionale tout
court:
Bacigalupo; Ballarin, Maroso; Grezar, Rigamonti, Castigliano; Menti,
Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola.
(a
sinistra una foto del Grande Torino)
Pilastro e capitano del Grande Torino fu Valentino Mazzola, papà di
Alessandro e di Ferruccio, anch'essi giocatori di primo piano
(specialmente Sandrino) negli anni Sessanta e Settanta, principalmente
con la maglia dell'Inter.
Valentino Mazzola fu il prototipo di quel calciatore totale che
ebbe la sua consacrazione con il calcio messo in evidenza dalla
nazionale olandese ai mondiali del 1974: un giocatore capace di
difendere e di attaccare, di impostare il gioco e di finalizzarlo in
gol. Insomma Valentino Mazzola fu un Crujyff ante litteram.
"Il Grande Torino diventa per l'Italia intera, prostrata
dalla guerra, il simbolo della volontà di rinascita", scrive
Culicchia. "Il Grande Torino, che gioca a memoria secondo il
famoso 'sistema', regala ai suoi tifosi cento risultati utili
consecutivi sul terreno di gioco del Filadelfia e pratica un
calcio-spettacolo mai più eguagliato".
Ma la leggenda del Grande Torino vira in tragedia, quando il 4
maggio 1949 l'aeroplano che trasporta i calciatori, di ritorno da
Lisbona dove hanno disputato un'amichevole contro il Benfica, si schianta
sul colle di Superga, vicino alla Basilica. Muoiono tutti.
Per commemorare quel grande gruppo Culicchia chiama a testimone il
Foscolo de I Sepolcri e il commediografo dell'antica
Grecia Menandro col detto: "Muor giovane colui che al cielo è caro".
Il Torino si riprende a fatica da quella sciagura. Anzi, la morte
cala di nuovo la sua falce sui granata il 15 ottobre 1967, quando un'auto
guidata da un tifoso del Torino, che poi ne diventerà presidente,
investe, uccidendolo, Gigi Meroni, la farfalla granata, l'estrosa
ala destra capace di seminare in dribbling gli avversari, il calciatore
più beat del calcio italiano. Una speranza della Nazionale, che
chissà quali e quante prodezze ci avrebbe ammannito negli anni
successivi, se avesse potuto continuare a involarsi sulla fascia destra
del campo di gioco.
Bisogna aspettare il 1976, perché la squadra granata ritorni a
vincere lo scudetto. Si tratta del Torino allenato dal mitico Gigi
Radice. "Nessuna squadra italiana, nemmeno il Napoli di Maradona
o il Milan di Gullit e Rijkaard e Van Basten" - commenta
Culicchia - "ha mai giocato un calcio
così bello come quello del Toro allenato da Radice a colpi di pressing
e fuorigioco negli anni che vanno dal 1975 al 1977". Quella
squadra era così composta: Castellini; Santin, Salvadori; Patrizio
Sala, Mozzini, Caporale; Claudio Sala, Pecci, Graziani, Zaccarelli e
Pulici.
La storia del Torino è costellata da alti e bassi, glorie e dolori,
a mimare l'eterna condizione umana. Il Torino che incarna maggiormente questa metafora è, secondo Culicchia, quello che perse per
un soffio la Coppa Uefa in una finale stregata, giocata ad Amsterdam
contro l'Ajax il 13 maggio 1992. Bastava una vittoria di misura. Il Toro
giocò bene, colpì i pali della porta avversaria, ma il pallone non
voleva entrare; al novantesimo un tiro di Sordo colpì la
traversa: due centimetri più sotto e sarebbe stata la vittoria.
Giocarono quella memorabile finale Marchegiani; Mussi, Policano; Fusi,
Benedetti, Cravero; Scifo, Lentini, Casagrande, Martin Vasquez, Venturin.
Allenatore era Emiliano Mondonico, il Mondo, il più torinista degli
allenatori, perché del Torino è tifoso e nel Torino ha giocato in
prima squadra.
Il libro di Culicchia ricorda altri "eroi" granata:
Pasquale Bruno, detto O' Animale, Leo Junior, Walter Casagrande, Erwin
Schachner, Angelo Cereser, Giorgio Puja, Aldo Agroppi (oggi acre
commentatore televisivo), Giovanni Francini, Totò Vullo (di origini
siciliane come l'autore), Massimo Crippa, Paolo Beruatto, Agatino
Cuttone, Giacomo Ferri, Enrico (Tarzan) Annoni, Claudio Bonomi,
Riccardo Maspero, Marco Ferrante (sue 143 reti con la maglia granata).
Nomi che suonano familiari non soltanto ai tifosi del Toro, ma a tutti
gli sportivi italiani.
Il più amato tuttavia dall'autore è Paolo Pulici, soprannominato
dalla stampa sportiva Puliciclone.
Molti furono pure i flop: l'uruguagio
Franco, strapagato dalla dirigenza del tempo e Tony Dorigo, su tutti.
L'autore ricorda, inoltre, il feroce antagonismo sviluppato dai tifosi granata
verso l'altra squadra della città, la Juventus, soprannominata con
perfidia la Goeba.
Alcuni passaggi del libro sono critici verso i vertici granata che,
negli ultimi decenni, si sono avvicendati alla guida della squadra.
Forse eccessivamente indulgente è Culicchia verso gli ultras, gli
animatori della leggendaria curva Maratona, ritratti calcando
eccessivamente il registro dell'epica.
Tuttavia, bello il calcio raccontato dagli scrittori!
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