- Noi non siamo
cristiani, - essi dicono, - Cristo si è fermato a
Eboli -.
Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la
strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e
il mare, e si addentrano nelle desolate terre di
Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è
arrivato il tempo, né l'anima individuale, né la
speranza, né il legame tra le cause e gli effetti,
la ragione e la Storia.
Nel 1935 Carlo Levi, medico, pittore e
intellettuale, viene mandato al confino in Lucania,
prima a Grassano, poi a Gagliano. Vi rimarrà per
circa un anno.
Il libro, pubblicato nel 1945 è il poetico resoconto
di questo periodo della sua vita e rappresenta una
delle più importanti e coinvolgenti testimonianze
sulle condizioni del Meridione nella prima metà del
Novecento.
Levi narra i suoi casi e l'incontro con questa gente
mite, rassegnata e passiva, impenetrabile alle
ragioni della politica e alle teorie dei partiti,
usando la prima persona.
Lo fa col distacco scientifico di un competente
etnologo che ci descriva in maniera esauriente gli
usi e costumi di una popolazione ignota e le
necessarie partecipazione e simpatia emotive del
narratore e dell'uomo di cultura.
La Lucania raccontata da Levi è una regione
abitata da signori, la cui vita quotidiana è un polveroso
nodo senza mistero, di interessi, di passioni
miserabili, di noia, di avida impotenza e di miseria,
e da contadini pazienti, caratterizzati
da una disperato fatalismo, che vivono in miseri
tuguri dalle condizioni igieniche precarie, assediati
dalla malaria, costretti a lavorare una terra sterile
e siccitosa.
Una vena di paganesimo mitologizzante o, se si
preferisce, di superstiziosa religiosità, abita
queste terre e una sfiducia, un'estraneità totale
verso lo Stato, che ha radici storiche ataviche e la
cui origine si può fare risalire alle varie
dominazioni che si sono succedute, da Enea in poi, su
questi territori (Per i contadini, lo Stato è
più lontano del cielo, e più maligno, perché sta
sempre dall'altra parte).
Il fascismo non è che l'ultimo volto
dell'oppressione, violento, inerte e irrazionale, che
nega, per esempio, ai contadini un'efficace lotta
contro la malaria, un'assistenza sanitaria decente (a
Levi viene impedito di esercitare la professione di
medico, malgrado la fiducia della gente), la
prospettiva di un futuro migliore.
Ma anche per i signori, per i più colti, lo Stato è
un'entità astratta, lo lotta politica e ideologica
è soltanto uno strumento per alimentare la loro
brama di potere. Più importanti sono gli odi, le
inimicizie, i rancori contingenti.
Lo scrittore e intellettuale torinese racconta
tutto questo in un libro che è per metà diario e
per metà romanzo, facendo ricorso ad una prosa
nitida, emotivamente partecipata, con numerose e
interessanti digressioni storiche, sociologiche,
antropologiche Indimenticabili le notazioni sulla
civiltà contadina, il brigantaggio, i riti magici
delle plebi meridionali.
Notevole è l'abilità, che gli deriva probabilmente
dal suo mestiere principale, quello di pittore, con
cui Levi sa tratteggiare personaggi, animali, cose,
con pochi sapienti, eleganti e precisi tocchi.
Efficace la rappresentazione della natura, del
paesaggio lucano, brullo, selvaggio e inospitale
eppure suggestivo e solare, esplorato durante le
passeggiate con il fido cane Barone.
Il lettore avverte che il Meridione raffigurato da
Carlo Levi probabilmente non esiste più nei termini
descritti, ma nello stesso tempo un nucleo
consistente agisce ancora, in profondità, sotto la
sottile scorza della modernità e
dell'industrializzazione, oltre il rumore del
traffico e il proliferare dei consumi.
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