E' la mia prima esperienza di
lettura, integrale, di un testo di Meneghello.
Libera nos a Malo (1963), di cui ho
sbirciato rapidamente qualche pagina sparsa, si sta
coprendo di polvere sugli scaffali; me ne occuperò
in futuro, al momento non ha catturato la mia
attenzione.
L'atto del leggere è innescato, di fatto, da queste
sensazioni subitanee: un assaggio rapido de Il
dispatrio mi ha indotto a continuare.
Forse vi ho trovato temi interessanti: l'atmosfera
internazionale, lo studio comparato di lingue e
culture, l'evocazione della gioventù, l'ambiente
universitario inglese, gli incontri con studiosi di
varie discipline, la serie di ritratti felicemente
sbozzati di Moravia, della Morante, di Auden, di
Venturi, di Momigliano.
Pubblicato, per la prima volta, nel 1993, atto
d'amore, con accenti intelligentemente ironici, verso
la cultura inglese, l'autobiografico Il dispatrio
racconta la maturazione di un giovane intellettuale
italiano, ingenuo quanto voglioso di apprendere, a
contatto con un'altra civiltà, della quale lo
colpiscono lo snobismo, l'interdetto a manifestare le
emozioni, le castronerie degli oratori di Hyde Park,
la fobia per i contatti fisici, il rigore negli
studi.
E' la storia di un'anima che si anglicizza.
Lo stile di Meneghello è convincentemente
moderno, le frasi, brevi e nervose, il lessico,
asciutto ed esatto. Caratteristico è l'uso di un
perfetto italiano, mischiato con richiami regionali e
un inglese evocativo, carico di memorie e di storia.
La narrazione è insaporita da un delicato ed
elegante registro picaresco.
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