Luigi Meneghello, Il dispatrio, Rizzoli, 2000

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copertinaE' la mia prima esperienza di lettura, integrale, di un testo di Meneghello.
Libera nos a Malo (1963), di cui ho sbirciato rapidamente qualche pagina sparsa, si sta coprendo di polvere sugli scaffali; me ne occuperò in futuro, al momento non ha catturato la mia attenzione.
L'atto del leggere è innescato, di fatto, da queste sensazioni subitanee: un assaggio rapido de Il dispatrio mi ha indotto a continuare.

Forse vi ho trovato temi interessanti: l'atmosfera internazionale, lo studio comparato di lingue e culture, l'evocazione della gioventù, l'ambiente universitario inglese, gli incontri con studiosi di varie discipline, la serie di ritratti felicemente sbozzati di Moravia, della Morante, di Auden, di Venturi, di Momigliano.

Pubblicato, per la prima volta, nel 1993, atto d'amore, con accenti intelligentemente ironici, verso la cultura inglese, l'autobiografico Il dispatrio racconta la maturazione di un giovane intellettuale italiano, ingenuo quanto voglioso di apprendere, a contatto con un'altra civiltà, della quale lo colpiscono lo snobismo, l'interdetto a manifestare le emozioni, le castronerie degli oratori di Hyde Park, la fobia per i contatti fisici, il rigore negli studi.
E' la storia di un'anima che si anglicizza.

Lo stile di Meneghello è convincentemente moderno, le frasi, brevi e nervose, il lessico, asciutto ed esatto. Caratteristico è l'uso di un perfetto italiano, mischiato con richiami regionali e un inglese evocativo, carico di memorie e di storia.
La narrazione è insaporita da un delicato ed elegante registro picaresco.

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Pagina aggiornata il 23.03.01
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