E' possibile che con questo libro Adelphi strizzi l'occhio al grande pubblico o
a quella parte di lettori colti che,
veltronianamente, apprezzano il calcio.
L'autore, che vanta un passato agonistico di
qualche importanza e che di mestiere fa l'editore, mischia in questo testo, con garbo e intelligenza,
calcio e letteratura, sport e vita, ricordi
d'infanzia e considerazioni sociologiche e
antropologiche sul gioco più amato del mondo.
Lo fa ricordando se stesso, anonimi compagni di
squadra e stelle mondiali. Sfilano nelle pagine,
Müller ("ci accorgiamo che evidentemente non sa
stoppare il pallone. Sembra sempre sul punto di
incartarsi, ed è così che sorprende il difensore")
e Beckenbauer, Rossi e Schillaci ("hanno ballato
una sola estate"), Baggio e Netzer ("sembrava
che calzasse delle racchette da neve. Numero 48... Ma
non si sono mai visti dei passaggi di quaranta o
cinquanta metri precisi al millimetro come quelli del
vecchio Günther"), Maradona ("probabilmente
il giocatore più portentoso di tutti i tempi") e
Cruyff.
Ma nelle pagine viene delineata anche la
personalità di calciatori serbi che occupano un
posto importante nell'immaginario e nella memoria
dell'autore. Vengono inoltre ricordate le squadre che
fecero epoca. L'Inter di Helenio Herrera ("Nessuno
poteva entrare nei suoi sedici metri. Appena l'Inter
segnava un gol, la partita era finita; dopo l'1 a 0
si potevano pure fare i bagagli, come accade oggi con
il 'golden gol'"), il Brasile ("i
giocatori non correvano: due o tre si davano da fare
per tenere i collegamenti, ed erano quelli che si
vedevano di meno. Djalma Santos e gli altri davano
l'impressione di giocare con le mani in tasca, anzi,
stando seduti"), l'Olanda del calcio totale ("i
fautori del sistema della motoretta. Lavoravano duro
e si portavano a casa dei trofei [...] con tutti i suoi
grandi giocatori e con quel genio che era Cruyff"),
l'Ungheria di Puskas ("Non ci sarà mai più una
squadra come quella magiara. La più grande mai
esistita, con alcuni giocatori eccezionali che,
grazie alla varietà dei loro talenti, si
completavano alla perfezione").
Ogni grande squadra è un organismo vivente, ogni
nazionale esprime il carattere della propria nazione
in quel momento e il gioco, le movenze dei calciatori
risentono della latitudine in cui sono vissuti, del
clima, del suolo, della cultura che hanno respirato.
Ogni partita di calcio è una partita a scacchi.
Questo sport conserva ancora, anche se a fatica, un
carattere sacrale in un mondo sempre più
secolarizzato e monetarizzato. Una sorta di rifugio
in un mondo senza cuore.
Un libro, quello di Dimitrijevic, per chi ama, e
sono tanti, letteratura e palloni.
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