Anche se forse troppo ottimiste, le idee che De
Masi espone nel suo saggio conquistano da subito.
Anzitutto lo stile chiaro, appassionato e avvincente
fanno del libro un modello di scrittura, nel campo
delle scienze sociali; troppo spesso capita di
leggere testi aridi, meccanici, senz'anima, paludati,
che hanno il solo pregio di comunicare il vuoto.
Poi
si tratta di un testo documentato, in cui la parte
storica, con esposizione viva e dettagliata di fatti,
idee e filosofie del passato occupa almeno metà del
libro. Uno sforzo documentario che dona al lettore
un'esposizione completa e gradevole e il piacere di
ritrovare autori troppo presto dimenticati (Illich,
la Heller, Maslow ecc.).
Per De Masi la società
postindustriale è turbolenta, confusa, critica,
decentrata, androgina, intellettualizzata, soggetta a
continui mutamenti, in larga parte ancora
imprevedibili. Urge quindi che le organizzazioni
vincano le inerzie e i condizionamenti al passato e
rielaborino la loro struttura e il loro concetto di
lavoro Basta con le strutture piramidali, militari o
burocratiche, con il lavoro rinchiuso in gabbie
fisiche e mentali. Urge che lavoro e ozio si
compenetrino, che l'emotività venga riammessa nella
sfera della razionalità; la società postindustriale
abbisogna di lavoratori motivati, di organizzazioni
flessibili, di telelavoro, di creatività
individuale, di bellezza e rapidità.
Si può
obiettare a De Masi, che da vent'anni propugna queste
idee, che la resistenza delle organizzazioni al
cambiamento sembra inscalfibile, che i mutamenti
sembrano avvenire all'interno del mondo produttivo
con estrema lentezza, che "lavorare tutti,
lavorare meno", rimane ancora nelle società
postindustriali un miraggio, che il mondo procede
insomma per la sua strada, incurante dei nostri
desideri.
Detto questo, un libro, questo del docente
romano, da tenere sempre a portata di mano sugli
scaffali.
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