Domenico De Masi, Il futuro del lavoro, Rizzoli, 1995

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copertinaAnche se forse troppo ottimiste, le idee che De Masi espone nel suo saggio conquistano da subito. 

Anzitutto lo stile chiaro, appassionato e avvincente fanno del libro un modello di scrittura, nel campo delle scienze sociali; troppo spesso capita di leggere testi aridi, meccanici, senz'anima, paludati, che hanno il solo pregio di comunicare il vuoto. 

Poi si tratta di un testo documentato, in cui la parte storica, con esposizione viva e dettagliata di fatti, idee e filosofie del passato occupa almeno metà del libro. Uno sforzo documentario che dona al lettore un'esposizione completa e gradevole e il piacere di ritrovare autori troppo presto dimenticati (Illich, la Heller, Maslow ecc.). 

Per De Masi la società postindustriale è turbolenta, confusa, critica, decentrata, androgina, intellettualizzata, soggetta a continui mutamenti, in larga parte ancora imprevedibili. Urge quindi che le organizzazioni vincano le inerzie e i condizionamenti al passato e rielaborino la loro struttura e il loro concetto di lavoro Basta con le strutture piramidali, militari o burocratiche, con il lavoro rinchiuso in gabbie fisiche e mentali. Urge che lavoro e ozio si compenetrino, che l'emotività venga riammessa nella sfera della razionalità; la società postindustriale abbisogna di lavoratori motivati, di organizzazioni flessibili, di telelavoro, di creatività individuale, di bellezza e rapidità. 

Si può obiettare a De Masi, che da vent'anni propugna queste idee, che la resistenza delle organizzazioni al cambiamento sembra inscalfibile, che i mutamenti sembrano avvenire all'interno del mondo produttivo con estrema lentezza, che "lavorare tutti, lavorare meno", rimane ancora nelle società postindustriali un miraggio, che il mondo procede insomma per la sua strada, incurante dei nostri desideri.

Detto questo, un libro, questo del docente romano, da tenere sempre a portata di mano sugli scaffali.

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Pagina aggiornata il 23.10.00
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