La
"spietata età dell'adolescenza" è il periodo spesso decisivo nella formazione
della personalità di ciascuno di noi. È il momento in cui per la prima
volta ci mettiamo veramente alla prova, in cui facciamo esperienze
fondamentali, in cui maturiamo una prima complessa e autonoma visione del
mondo.
Perciò il romanzo di Marani, che verte sugli anni della frequentazione
del ginnasio-liceo, risulta particolarmente interessante. Ad accrescerne
il fascino, - ma si tratta di una notazione strettamente personale -, è
l'ambientazione nella campagna ferrarese, che mi ha riportato alla memoria
ricordi, sensazioni e odori della mia adolescenza, vissuta appunto a pochi
chilometri di distanza dall'autore, di cui sono quasi coetaneo.
Gli zaffi di nafta della corriera che conduce in città, le corse in bicicletta
nella sterminata pianura, i lavori agricoli con la loro ciclicità
dispensatrice di atavica saggezza, la nebbiosa noia della lezioni
scolastiche, i lunghi e oziosi pomeriggi estivi, i panini al prosciutto,
le lezioni di ginnastica al Campo Scuola, gli amori non ricambiati, le avventurose quanto frustranti
trasferte ai Lidi, le inconcludenti assemblee studentesche, le feste
dell'Unità, l'indottrinamento politico, gli zuccherifici, le radio libere, la visita di
leva nella caotica Bologna sono esperienze vissute che il romanzo di
Marani è riuscito a farmi ricordare con un misto di piacere, dolore e
struggente nostalgia.
La narrazione inizia sotto forma di lettera a un compagno di scuola
di origini agiate, Sandro, che di professione fa adesso l'avvocato, di
cui l'autore dice: "non fummo mai davvero amici", un
espediente, quello della distanza emotiva dall'interlocutore, che
permette allo scrittore di rievocare idealmente i dolori, le amarezze,
le disillusioni, ma anche le scoperte degli anni della scuola. Quel
liceo fondato da Aristotele, cui sovente l'autore ricorre per interpretare
le proprie contraddittorie vicissitudini.
Credo che la comunanza di origini geografiche e generazionali mi renda questo
romanzo particolarmente caro. Credo tuttavia che il suo valore letterario
vada oltre l'interesse particolare delle affinità geografiche e
generazionali, per farsi riflessione universale, veritiera e priva di
banalità, sulla fondamentale esperienza di essere giovani. Su quel "tempo
ingrato e doloroso", in cui si entra "disordinatamente
nella vita adulta".
Sullo sfondo della narrazione, apparentemente privata e personale,
c'è l'Italia degli anni Settanta, una nazione senza grandezza,
dilaniata dalla violenza politica, agitata dall'interesse egoistico e
priva di senso civico.
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