Diego Marani, Il compagno di scuola, Bompiani, 2005

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copertinaLa "spietata età dell'adolescenza" è il periodo spesso decisivo nella formazione della personalità di ciascuno di noi. È il momento in cui per la prima volta ci mettiamo veramente alla prova, in cui facciamo esperienze fondamentali, in cui maturiamo una prima complessa e autonoma visione del mondo.

Perciò il romanzo di Marani, che verte sugli anni della frequentazione del ginnasio-liceo, risulta particolarmente interessante. Ad accrescerne il fascino, - ma si tratta di una notazione strettamente personale -, è l'ambientazione nella campagna ferrarese, che mi ha riportato alla memoria ricordi, sensazioni e odori della mia adolescenza, vissuta appunto a pochi chilometri di distanza dall'autore, di cui sono quasi coetaneo.

Gli zaffi di nafta della corriera che conduce in città, le corse in bicicletta nella sterminata pianura, i lavori agricoli con la loro ciclicità dispensatrice di atavica saggezza, la nebbiosa noia della lezioni scolastiche, i lunghi e oziosi pomeriggi estivi, i panini al prosciutto, le lezioni di ginnastica al Campo Scuola, gli amori non ricambiati, le avventurose quanto frustranti trasferte ai Lidi, le inconcludenti assemblee studentesche, le feste dell'Unità, l'indottrinamento politico, gli zuccherifici, le radio libere, la visita di leva nella caotica Bologna sono esperienze vissute che il romanzo di Marani è riuscito a farmi ricordare con un misto di piacere, dolore e struggente nostalgia.

La narrazione inizia sotto forma di lettera a un compagno di scuola di origini agiate, Sandro, che di professione fa adesso l'avvocato, di cui l'autore dice: "non fummo mai davvero amici", un espediente, quello della distanza emotiva dall'interlocutore, che permette allo scrittore di rievocare idealmente i dolori, le amarezze, le disillusioni, ma anche le scoperte degli anni della scuola. Quel liceo fondato da Aristotele, cui sovente l'autore ricorre per interpretare le proprie contraddittorie vicissitudini.

Credo che la comunanza di origini geografiche e generazionali mi renda questo romanzo particolarmente caro. Credo tuttavia che il suo valore letterario vada oltre l'interesse particolare delle affinità geografiche e generazionali, per farsi riflessione universale, veritiera e priva di banalità, sulla fondamentale esperienza di essere giovani. Su quel "tempo ingrato e doloroso", in cui si entra "disordinatamente nella vita adulta".

Sullo sfondo della narrazione, apparentemente privata e personale, c'è l'Italia degli anni Settanta, una nazione senza grandezza, dilaniata dalla violenza politica, agitata dall'interesse egoistico e priva di senso civico.

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