Inserito nella gloriosa collana dei Libri di
base, il testo in questione mi è sembrato
particolarmente ben fatto, presentandoci la malattia
non come semplice squilibrio biochimico, come
accidentale malfunzionamento della macchina corpo, ma
come una manifestazione umana con le sue molteplici
implicazioni storiche, sociali, culturali.
Berlinguer
individua almeno cinque prospettive diverse da cui
considerare i fenomeni morbosi. La malattia, quindi,
come sofferenza, come diversità,
come pericolo, come segnale, come stimolo.
Quest'ultima concezione, che riconosce alla malattia
una valenza positiva, creatrice, è quella che più
mi ha affascinato. La malattia ha, sul piano
evolutivo, contribuito al rafforzamento della specie,
ci obbliga a prendere coscienza di noi stessi e del
nostro corpo, ci induce alla solidarietà, ma
soprattutto, può spingere taluni alla creazione
artistica e intellettuale.
Berlinguer
riporta le parole dello scrittore francese Andrè
Gide nel suo saggio su Dostoevskij:
All'origine di ogni grande riforma morale, se
bene indaghiamo, troveremo sempre un piccolo mistero
fisiologico, un'inquietudine, una insoddisfazione
della carne, un'anomalia [...] E' naturale che ogni
grande riforma morale, quello che Nietzsche direbbe
ogni rovesciamento di valori, sia dovuta ad uno
squilibrio fisiologico. Nel benessere il pensiero
riposa, e fintanto che lo stato di cose lo soddisfa,
il pensiero non si può proporre di cambiarlo
(intendo lo stato interiore...). All'origine di ogni
riforma c'è sempre un malessere [...] E non si venga
a dirci: "Che peccato che sia malato!". Se
non fosse stato malato, non avrebbe cercato di
risolvere il problema che gli poneva la sua anomalia.
L'intento del libro, sottolinea l'autore, è
quello di fornire strumenti perché ciascuno
possa intendere e agire meglio dovendo fronteggiare
una malattia propria o altrui.
I
libri di Giovanni Berlinguer