Giovanni Berlinguer, La malattia, Editori Riuniti, 1984

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Inserito nella gloriosa collana dei Libri di base, il testo in questione mi è sembrato particolarmente ben fatto, presentandoci la malattia non come semplice squilibrio biochimico, come accidentale malfunzionamento della macchina corpo, ma come una manifestazione umana con le sue molteplici implicazioni storiche, sociali, culturali.

Berlinguer individua almeno cinque prospettive diverse da cui considerare i fenomeni morbosi. La malattia, quindi, come sofferenza, come diversità, come pericolo, come segnale, come stimolo. Quest'ultima concezione, che riconosce alla malattia una valenza positiva, creatrice, è quella che più mi ha affascinato. La malattia ha, sul piano evolutivo, contribuito al rafforzamento della specie, ci obbliga a prendere coscienza di noi stessi e del nostro corpo, ci induce alla solidarietà, ma soprattutto, può spingere taluni alla creazione artistica e intellettuale.

Berlinguer riporta le parole dello scrittore francese Andrè Gide nel suo saggio su Dostoevskij:
All'origine di ogni grande riforma morale, se bene indaghiamo, troveremo sempre un piccolo mistero fisiologico, un'inquietudine, una insoddisfazione della carne, un'anomalia [...] E' naturale che ogni grande riforma morale, quello che Nietzsche direbbe ogni rovesciamento di valori, sia dovuta ad uno squilibrio fisiologico. Nel benessere il pensiero riposa, e fintanto che lo stato di cose lo soddisfa, il pensiero non si può proporre di cambiarlo (intendo lo stato interiore...). All'origine di ogni riforma c'è sempre un malessere [...] E non si venga a dirci: "Che peccato che sia malato!". Se non fosse stato malato, non avrebbe cercato di risolvere il problema che gli poneva la sua anomalia.

L'intento del libro, sottolinea l'autore, è quello di fornire strumenti perché ciascuno possa intendere e agire meglio dovendo fronteggiare una malattia propria o altrui.

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Pagina aggiornata il 26.12.00
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