"Ancora vide
Giacinto. Si teneva aggrappato all'indio Yazalde in un intrico di ossa
mulinanti. Ormai gli era impossibile sgiungersi, apparivano rappresi
in un unico sudore. Bevevano lo stesso fiato d'aria fradicia, tempia
contro tempia, sputavano saliva e fiele sullo stesso filo d'erba. Il
groviglio dei gomiti era cespuglio spinoso. Nello scatto parallelo il
ruotare delle ginocchia diventò sincrono, ciascun muscolo ciascuna
carne parvero la concreta ombra dell'altro. Sulla palla alta che volò
via, solo un astuto spigolo di Giacinto prevalse. Ricaddero nel vuoto
come mostruosi gemelli e toccando terra si fecero più stretti
d'odio".
Romanzo sul calcio che ha come
materia la spedizione della nazionale italiana ai mondiali tedeschi del
1974. Un'avventura, quella azzurra, che si rivelerà un disastro, almeno
dal punto di vista sportivo, eliminati al primo turno da Argentina e
Polonia, dopo aver vinto stentatamente la partita inaugurale contro
Hahiti.
Il libro ci racconta la sconfitta annunciata di una squadra
composta da atleti giunti ormai al tramonto, viziati, privi di nerbo e
motivazioni, che cedono nel confronto con avversari più atletici e
pimpanti. Intanto si avanza l'Olanda "a tutto campo" di
Cruyff, con gli schemi tattici costruiti sul talento, la freschezza e
la corsa indiavolata.
Arpino ci fa conoscere da vicino i calciatori, schizzandone con
rapide e improvvise osservazioni le psicologie. Ma ci fa altresì
conoscere tutto il mondo che ruota intorno al calcio: allenatori,
tecnici, dirigenti, tifosi e commentatori sportivi.
Ecco, Azzurro tenebra è un grande romanzo non solo sul calcio,
ma anche sul giornalismo sportivo, su quel mondo di inviati, fotografi,
cronisti che del calcio vivono, sulla vita che conducono, fra estenuanti
trasferimenti in pullman, dialoghi densi di battute da commedia
brillante, interviste ripetitive, pasti consumati alla bell'e meglio,
articoli scritti scomodamente, incalzati dalla fretta, vita randagia che Arpino
conosceva benissimo, avendola praticata per anni e di cui diventa l'elegiaco cantore.
Così, accanto a San Dino (Zoff), a Tarcisio la Roccia (Burgnich), al
Baffo (Mazzola), a Fabio il geometra (Capello), al Bomber (Riva), al
Golden Boy (Rivera), ci sono lo Zio (Valcareggi) e il Vecio (Bearzot),
ma anche il Grangiuan (Il mitico Gianni Brera) e Arp, l'alter-ego dello
stesso autore.
La narrazione è realistica e piacevole; la scrittura di Arpino,
umorosa e elegante, dimostra come il calcio possa costituire materiale
che ben si presta a una
elaborazione letteraria. Il mondo dello sport sa fornire personaggi emblematici e
affascinanti, come Giacinto (Facchetti) dotato di un candore, di una
purezza, di una statura morale degni di un eroe antico o l'indimenticabile
Vecio (Bearzot) con la faccia da pugile e da cattivo hollywoodiano, ma
idealista, filosofo e gran lavoratore, un vero esempio per i suoi
connazionali.
E poi i grandi inviati, il Grangiuan (Brera), il cui smisurato narcisismo
lo porta a rendersi il vero protagonista di ogni partita, umano nei suoi coloriti improperi
e nelle invettive lanciate dalla tribuna stampa, ma davvero un gigante
del giornalismo nelle sue brillanti intuizioni e nelle sue idee originali.
E Arp, giornalista e scrittore alle soglie dei cinquanta, cinico,
amaro, disincantato, disilluso, stanco della vita che conduce; una
noia e una malinconia le sue, che sembrano determinate non soltanto
dalla ripetitività e dalla fatica del lavoro di inviato, ma forse,
soprattutto, dall'incapacità di cogliere un significato
nell'esistenza propria e altrui. Lo rimbrotterà il Grangiuan:
"Ma se smetti ti ritrovi inviato speciale e devi seguire
guerre o processi - scattò il Grangiuan: - Non pentirti mai di questo
povero pallone, amico. Sai cosa capita ai cosiddetti grandi inviati?
Sifilide, alcolismo, solitudine".
Oltre all'amicizia
virile, soltanto il muto colloquio con gli animali, un cane lupo,
tortore e colombi, sembrano restituire serenità e conforto al
protagonista.
Fanno da cornice al grande circo del calcio i tifosi,
specialmente gli emigrati che seguono la nostra squadra. Essi si
sobbarcano disagiate trasferte in cerca di risarcimento ad ataviche
frustrazioni. La sconfitta della nostra nazionale li rende rabbiosi.
Fa
da sfondo a questo romanzo bellissimo, caratterizzato forse da qualche
pagina grondante un briciolo di troppo di retorica vittimista, una
Germania uggiosa, umida, deprimente, malinconica, in accordo con lo
stato d'animo prevalente del protagonista.
I
libri di Giovanni Arpino