Giovanni Arpino, Azzurro Tenebra, Einaudi, 1977

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"Ancora vide Giacinto. Si teneva aggrappato all'indio Yazalde in un intrico di ossa mulinanti. Ormai gli era impossibile sgiungersi, apparivano rappresi in un unico sudore. Bevevano lo stesso fiato d'aria fradicia, tempia contro tempia, sputavano saliva e fiele sullo stesso filo d'erba. Il groviglio dei gomiti era cespuglio spinoso. Nello scatto parallelo il ruotare delle ginocchia diventò sincrono, ciascun muscolo ciascuna carne parvero la concreta ombra dell'altro. Sulla palla alta che volò via, solo un astuto spigolo di Giacinto prevalse. Ricaddero nel vuoto come mostruosi gemelli e toccando terra si fecero più stretti d'odio".

Romanzo sul calcio che ha come materia la spedizione della nazionale italiana ai mondiali tedeschi del 1974. Un'avventura, quella azzurra, che si rivelerà un disastro, almeno dal punto di vista sportivo, eliminati al primo turno da Argentina e Polonia, dopo aver vinto stentatamente la partita inaugurale contro Hahiti.

Il libro ci racconta la sconfitta annunciata di una squadra composta da atleti giunti ormai al tramonto, viziati, privi di nerbo e motivazioni, che cedono nel confronto con avversari più atletici e pimpanti. Intanto si avanza l'Olanda "a tutto campo" di Cruyff, con gli schemi tattici costruiti sul talento, la freschezza e la corsa indiavolata.

Arpino ci fa conoscere da vicino i calciatori, schizzandone con rapide e improvvise osservazioni le psicologie. Ma ci fa altresì conoscere tutto il mondo che ruota intorno al calcio: allenatori, tecnici, dirigenti, tifosi e commentatori sportivi. 
Ecco, Azzurro tenebra è un grande romanzo non solo sul calcio, ma anche sul giornalismo sportivo, su quel mondo di inviati, fotografi, cronisti che del calcio vivono, sulla vita che conducono, fra estenuanti trasferimenti in pullman, dialoghi densi di battute da commedia brillante, interviste ripetitive, pasti consumati alla bell'e meglio, articoli scritti scomodamente, incalzati dalla fretta, vita randagia che Arpino conosceva benissimo, avendola praticata per anni e di cui diventa l'elegiaco cantore.

Così, accanto a San Dino (Zoff), a Tarcisio la Roccia (Burgnich), al Baffo (Mazzola), a Fabio il geometra (Capello), al Bomber (Riva), al Golden Boy (Rivera), ci sono lo Zio (Valcareggi) e il Vecio (Bearzot), ma anche il Grangiuan (Il mitico Gianni Brera) e Arp, l'alter-ego dello stesso autore.

La narrazione è realistica e piacevole; la scrittura di Arpino, umorosa e elegante, dimostra come il calcio possa costituire materiale che ben si presta a una elaborazione letteraria. Il mondo dello sport sa fornire personaggi emblematici e affascinanti, come Giacinto (Facchetti) dotato di un candore, di una purezza, di una statura morale degni di un eroe antico o l'indimenticabile Vecio (Bearzot) con la faccia da pugile e da cattivo hollywoodiano, ma idealista, filosofo e gran lavoratore, un vero esempio per i suoi connazionali.

E poi i grandi inviati, il Grangiuan (Brera), il cui smisurato narcisismo lo porta a rendersi il vero protagonista di ogni partita, umano nei suoi coloriti improperi e nelle invettive lanciate dalla tribuna stampa, ma davvero un gigante del giornalismo nelle sue brillanti intuizioni e nelle sue idee originali.
E Arp, giornalista e scrittore alle soglie dei cinquanta, cinico, amaro, disincantato, disilluso, stanco della vita che conduce; una noia e una malinconia le sue, che sembrano determinate non soltanto dalla ripetitività e dalla fatica del lavoro di inviato, ma forse, soprattutto, dall'incapacità di cogliere un significato nell'esistenza propria e altrui. Lo rimbrotterà il Grangiuan:
"Ma se smetti ti ritrovi inviato speciale e devi seguire guerre o processi - scattò il Grangiuan: - Non pentirti mai di questo povero pallone, amico. Sai cosa capita ai cosiddetti grandi inviati? Sifilide, alcolismo, solitudine".

Oltre all'amicizia virile, soltanto il muto colloquio con gli animali, un cane lupo, tortore e colombi, sembrano restituire serenità e conforto al protagonista.

Fanno da cornice al grande circo del calcio i tifosi, specialmente gli emigrati che seguono la nostra squadra. Essi si sobbarcano disagiate trasferte in cerca di risarcimento ad ataviche frustrazioni. La sconfitta della nostra nazionale li rende rabbiosi.

Fa da sfondo a questo romanzo bellissimo, caratterizzato forse da qualche pagina grondante un briciolo di troppo di retorica vittimista, una Germania uggiosa, umida, deprimente, malinconica, in accordo con lo stato d'animo prevalente del protagonista.

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