Gli autori prendono in esame il
modello teorico delle britanniche Nancy Roper, Win Logan e Alison
Tierney, proponendone una revisione più adatta alla realtà italiana.
La teoria delle attività di vita risponde a criteri di facile
applicabilità pratica e si basa sulla polarità dipendenza/autonomia e
sulla personalizzazione dell'assistenza.
Secondo la Roper le persone tendono all'indipendenza, ma in circostanze
particolari (incidenti, malattie, traumi, ecc.) si può avere un arresto
o una regressione nella progressione verso l'autonomia.
L'infermiere è quel professionista che aiuta la persona a recuperare e
a procedere verso la massima indipendenza possibile.
Gli autori italiani, facendo propri i concetti della Roper,
condensano le attività di vita in sei ambiti: comunicazione, igiene
personale, alimentazione, mobilizzazione, eliminazione e
riposo-sonno. Per ciascun ambito, i problemi che la persona
manifesta nel soddisfare i propri bisogni vengono diagnosticati
quantitativamente utilizzando tre concetti: mancanza, scarsità,
inadeguatezza, ciascuno dei quali richiederà un intervento diverso da
parte dell'infermiere.
La teoria così modificata e meglio definita sotto l'aspetto
"quantitativo" si presta ad essere impiegata soprattutto per
quei pazienti, che necessitano di un'assistenza prolungata, quale duttile
strumento pratico per la pianificazione e la documentazione
dell'assistenza.