INFERMIERE
In un reparto di malati acuti c'erano sempre su dieci
infermieri almeno due o anche tre che avevano fiuto, istinto per la
psichiatria, insieme alla grande esperienza, alla sicurezza che dà
la pratica. Eppure chi, tra gli uomini, è vocato alla cura è una benedizione per i suoi assistiti. (G. Lagorio, Càpita) "Hoo, quante arie si danno perché fanno un clistere". Tutti si arrogano diritti su un malato:
preti, medici, domestici, estranei, amici. Perfino la
sua infermiera si crede in diritto di comandargli. La sanità occidentale degli sprechi abbonda di eroi minori,
anch'essi vittime e perfino attori dello spreco, perché compressi
entro la macchina di un'informazione distorta. Si tratta della
maggioranza silenziosa della sanità, delle migliaia di medici e
infermieri che lavorano, non fanno carriere né rapide né
napoleoniche, non curano clienti facoltosi, paganti in proprio,
stringono la cinghia, abbassano la testa, tirano avanti per curare i
malati, credendo in ciò che fanno. Una maggioranza che non sa di
preciso in che cosa consista la sua missione, ma si ostina a esercitare
correttamente e con passione il proprio mestiere, uno dei più
belli, invidiabile per intensità di stimoli intellettuali, emotivi,
affettivi e di gratificazioni personali e sociali. In questo sistema ospedaliero della carità non c'erano
medici, ma infermieri, religiosi o laici, appartenenti a
congregazioni chiericali o a laiche fratrie, fratres vel sorores,
uomini o donne. Quel che contava è che fossero, di nome e di fatto,
servi infirmorum, curanti "al servizio dei malati",
assidui nell'ad-sistere, nello "stare [loro]
ripetutamente accanto". Al fianco degli infermieri c'era
tutt'al più qualche chirurgo, avente la stessa stoffa di quei chirurghi
rurali che costituivano la sola presenza dell'arte della cura
nelle campagne. In tale fase storica [metà del Trecento, ndr]
il medico nella società era lungi dall'essere una figura di valore
a tutto tondo [...]. L'assistenza che offri a un malato è importante quanto la
pillola che gli somministri. L'infermiere disse qualche cosa al medico che annuì. Si
trattava di provare al malato la camicia di forza. Trassero
quell'ordigno dalla valigia e alzarono mio padre obbligandolo a star
seduto sul letto. Vorrei essere un infermiere affettuoso. - E i dolori come vanno? Ci sono dei dolori? "Che cosa vuoi fare da grande?". Florence indossava un abito di cotone bianco, svasato come un
vestito da festa, con un cinturino di pelle azzurra stretto in vita.
Per un attimo Edward pensò che facesse l'infermiera: in linea con
il luogo comune vigente, trovava le infermiere soggetti erotici, dal
momento che, così gli piaceva pensare, sapevano già ogni cosa del
corpo e dei suoi bisogni. Signora Saunders, le ho detto, mi chiamerà se qualcosa
dovesse succedere al Señor, se dovesse andare in ospedale, o
peggio? [...] Mi telefoni e io verrò giù. Non che possa fare tanto
per lui - non sono infermiera - ma non mi piace pensare a lui, solo,
davanti, mi capisce, alla fine. [...] madama fa la capessa in camice bianco che sembra un'infermiera
dell'ospedale, sono cattivi indifferenti al genere umano si credono
superiori perché non sono malati ma aspettate verrà pure il vostro
turno. "È permesso? Buongiorno... È qui che c'è da fare
l'iniezione? No?... peccato... Sapeste come mi ci diverto... Ma
sì... L'avete capito... Sono l'infermiera del quartiere... Sono
Isolina che vi buca la sera e la mattina... Come dite? Che ci
vorrebbero delle iniezioni di coraggio per sopravvivere? Eh! ...
magari potessi farvele! Purtroppo con me dovete accontentarvi di
intramuscolari, endovene, sottocutanee e intradermiche... Dipendesse
da me... Altro che antibiotici, sedativi, epatoprotettori e roba del
genere... Iniezioni di buonumore e di ottimismo vi farei... Eh sì,
perché i miei clienti, purtroppo, sono tutti gente serissima. Gente
che mi chiama, mi riceve, si apparta con me, parla del più e del
meno, con gravità, senza sorridere nemmeno un po'... E come lo fa?
Con le braghe in mano! per non parlare di quelli che hanno paura!
... Gente che magari nella vita strepita, urla, fa una prepotenza
dietro l'altra... Tipi che appena possono ti sparano addosso il
famoso: 'Lei non sa chi sono io!'... e che appena vedono l'aghetto
del 12... un robino che sembra un clistere per zanzare stitiche...
si mettono a gemere... sudano... ti guardano con occhi da cocker e
supplicano... [...]". - Commendatore presto! Guardi lassù... guardi l'uccellino...
Quello si distrae e io... tràcchete... fatto! cero che di ... 'visi
pallidi'... chiamiamoli così... ne ho visti più io del direttore
di 'Playmen'... Tant'è che sul mio biglietto da visita ho fatto
stampare: 'Isolina. Infermiera specializzata in AERONATICA'. Nella classifica dell'OMS relativa al numero di infermieri per
mille abitanti, l'Italia, con 5,44 infermieri, risulta al quarantesimo
posto, dietro Turkmenistan, Kyrgyzstan e Kazakhstan. Al
cinquantesimo posto, con 5,04 infermieri, c'è il Gabon. Dietro il
Gabon troverebbe posto la provincia di Livorno, coi suoi 4,9
infermieri ogni mille abitanti. [...] spesso si soffermava a pensare al proprio futuro: doveva
cercarsi un marito ricco? No, non era l'unica strada: poteva fare un
lavoro socialmente utile, prendere il diploma di infermiera. Neil conosceva l'infermiera di turno al Pronto Soccorso e,
dopo aver compilato un modulo e averle permesso di dare un'occhiata
al piede di Grace ("Bel lavoro", commentò lei, senza
interesse), poté procedere personalmente con l'antitetanica
("Non ti farà niente, adesso, ma potrebbe darti un po' di
fastidio più tardi"). Appena ebbe finito, l'infermiera
rientrò nella stanzetta e disse: - C'è qui un tale che è venuto a
prenderla. È compito di Robin colloquiare con questi pazienti due volte
la settimana, redigere un referto specificando se gli stati
allucinatori o depressivi sono migliorati, se la terapia sta
funzionando e se le visite di parenti o coniugi influiscono sul loro
umore. È da tanto che Robin lavora nel reparto, più o meno dagli
anni Settanta, quando venne introdotta la pratica di ricoverare i
pazienti psichici vicino alle famiglie, perciò ne conosce parecchi
di quelli che continuano a tornare. Per ottenere l'abilitazione a
trattare casi psichiatrici ha seguito corsi speciali, ma è un
mestiere che aveva nel sangue comunque. [...] il fatto di essere malati non implica il diritto di
tiranneggiare gi infermieri. Suonare ogni cinque minuti per un
nonnulla è una forma di tirannia. È una mancanza di coscienza e di
rispetto nei confronti di una persona che si sa oberata di lavoro.
Un'infermiera deve saper mettere il paziente di fronte a questa
realtà e, se questo non riesce a tenerne conto, deve imporgli dei
limiti, spiegandogli perché, ad esempio, gli toglie il campanello.
A mio avviso, se al gesto si accompagnano le parole, questo tipo di restrizione
non è disumano. Il rispetto dev'essere reciproco. Se non sono cosciente della realtà di chi mi cura, delle sue
difficoltà, di quanto egli sia vulnerabile anche se lo investo di
una sorta di onnipotenza, se mi aspetto tutto da lui senza
preoccuparmi minimamente di come sta, se pretendo da lui una
disponibilità assoluta a scapito di altri pazienti, se gli
attribuisco la responsabilità di tutto ciò che non va senza fare
la mia parte, allora il mio atteggiamento è arrogante, non umano. "Chi deve fare oggi un piccolo interventino?" ha
chiesto l'infermiera entrando in camerata come un usignolo. Sul fondo del lato più lungo della camerata c'era un bancone
che a Delia ricordava quelli di antichi negozi di tessuti, bancone
su cui medici e infermieri consultavano cartelle cliniche e
radiografie. Durante le lunghe notti, per lo più insonni, le
sembrava di assistere a uno spettacolo teatrale: l'andirivieni dei
medici in camice verde e quello delle infermiere la affascinavano. Insisteva per condurmi a spasso, sempre nel giro della conca
che non volevo oltrepassare, come fa l'infermiere con il malato nel
parco di una clinica. Sento la gente tipo Kinnock, il laburista, che la mena sui
dottori e gli infermieri e gli insegnanti delle scuole e la gente
che bada gli ammalati e tira su i bambini, e tutti fanno sissì,
come no. Ma sono sicuro che pensano sempre io quel lavoro lì non lo
farei mai, voglio soltanto i soldi. "Sei una brava ragazza, Brenda" aveva detto la
caposala sfoggiando un sorriso peggiore delle sue occhiatacce,
"il Signore sia con te". [...] per lui non è niente, solo un servizio per cui è
pagato in dollari, non più personale del servizio di un'infermiera
in ospedale. In realtà sembrava così fragile che lei si guarì definitivamente
dei suoi antichi malesseri per dedicarsi a curarlo. Lo accompagnava nel
primitivo ospedale e apprese i rudimenti dell'infermieristica per
aiutarlo. Badare alle vittime della malaria o curare orrende ferite di
incidenti nei pozzi le sembrava meglio che restare chiusa in casa, seduta
sotto un ventilatore, a leggere per la centesima volta le stesse riviste
stagionate e romanzi romantici. tra siringhe e bendaggi poteva immaginare
se stessa come un'eroina della guerra, una di quelle coraggiose donne dei
film che spesso vedevano al club dell'accampamento. In un'altra camera qualcuno cominciò a lagnarsi e un infermiere lo
prese in giro ridendo dal corridoio, senza cattiveria. Un periodo della vita s'era chiuso: le cadde sulle
spalle una specie di paura che non confessò a nessuno; si rese
conto che l'ospedale le dava sicurezza: in qualsiasi momento,
qualsiasi cosa accadesse, c'erano medici e infermieri, bastava
suonare un campanello per ricevere aiuto. Il Pronto Soccorso Grande ha una sala d'attesa in cui sostano
perennemente popolazioni sofferenti. ci sono i vari contusi e fratturati e
lacerati che aspettano il turno. E ci sono i parenti degli infortunati,
che attendono un gesto, una voce, qualcosa che li informi circa le
condizioni del cugino, figlio, della nuora, sorella, degli amici. Ogni
ombra che passa oltre il vetro li fa sussultare. ogni volta che un medico
esce dalla porta e si rivolge agli altri, gli esclusi imprecano,
maledicendo a caso divinità, infermieri, avi e persino l'altro malato,
cioè il malato degli altri. L'infermiere mescolò i farmaci nella boccetta della flebo e si
avvicinò con l'ago. Cane offrì il braccio senza scomporsi. "Potrei quasi camminare da solo, ma questi bravi infermieri si
sono presi tanta cura di me e ci resterebbero male". E infatti, non
appena i due infermieri lasciarono la stanza, fece il gesto di alzarsi. Mi ritrovo in una stanza dell'Ala Ovest del caseggiato, piena di
medici di infermieri di flebo di silenzi ovattati rotti ogni tanto dal
rumore di ferri di vetri stoviglie dal chiacchiericcio delle infermiere. Interi schedari scorrevano nelle loro teste di infermieri. Per via
di quella ginnastica mentale, avevano i nervi a fior di pelle. [...] tutto l'ospedale fu riorganizzato, in un attimo, alla massima
emergenza: tutte le sale operatorie, i servizi, gli ambulatori, gli
infermieri, tutto il personale, anche quello amministrativo, fu pronto.
Tutte le sale di attesa furono trasformate in sale di medicazione, molte
camere di degenza furono liberate nei corridoi furono montati molti letti,
tutto il materiale necessario apparve come per incanto nei reparti (non
mancò nemmeno un ago), tutti i medici e gli infermieri che erano a casa
accorsero in un lampo. L'ospedale riuscì a fare fronte all'emergenza con
un'efficienza che forse nemmeno noi sospettavamo. Alle 19.30 tutti i
feriti erano stati operati, curati, alcuni già dimessi. Dopo un mese
circa leggemmo che in quella grave occasione era giunta a Bologna, in
forma anonima, una commissione (mi pare svedese) per valutare l'attività
dei soccorsi. Bologna ebbe la massima valutazione. io credo che di quella
medaglia d'oro concessa in quell'occasione alcuni frammenti siano, per
sempre nel cuore di tutti "quelli del Maggiore". Come sempre in questi casi, la scenografia si impose. La stanza
d'ospedale, i pulsanti-infermieri, il meteo intimo e le sue curve della
febbre, gli odori stantii del corridoio, lenzuola fredde dell'etere,
profumi iodati della sopravvivenza, una tosse secca nella camera
accanto... Dio buono, ne ho visitato di ospedali! E mi sono iscritta alla scuola per infermieri professionali. Tre
anni di scuola, tre anni di gioco di squadra, un diploma e una attività lavorativa
che ti ricaccia in mezzo a tante belle cose... Intanto Augusto l'infermiere ha preso gusto a bucarmi le chiappe con
il Rocefin. Vedo che lui gode come un satiro incartapecorito. E certo che
si diverte a farsi, il bestione! Di ora in ora, tuttavia, sentivo tornarmi le forze; ma, sebbene
avessi sempre stimato l'esser malati una noia massima, quasi quasi mi
sarebbe piaciuto di prolungare questa malattia. Giacché N. stava sempre
accanto a me, ad assistermi, e d'altro non si occupava. Dire ch'ella fosse
un'infermiera esimia, sarebbe una bugia, per ciò che io posso capirne di
queste cose: per sua natura, difatti, ella non possedeva le doti speciali
(anche pedantesche, sia pure), che ci vogliono per una infermiera: e non
era colpa sua. Ma le intenzioni c'erano; e, di più (ecco il fatto più
importante), si poteva vedere, dagli sguardi e dai modi che aveva mentre
mi stava intorno, che in quei giorni tutta l'anima sua, con una specie di
spasimo sublime, si tendeva a un solo scopo: la cara, preziosa esistenza
del figliastro Arturo. |
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