Sarzana, La Spezia e Le Cinque Terre

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La polizia ci ferma a ridosso del Monte Fumaiolo. Un normale controllo, in alta quota. Va tutto bene. 

Dopo i suggestivi monti semideserti, i viadotti vertiginosi, appare Pontremoli, la capitale della Lunigiana, terra di confine fra Emilia, Toscana e Liguria. E’ una piccola perla tra l’Appennino. Cerchiamo invano un alloggio. In un albergo del centro hanno il tutto esaurito; poco fuori, sui colli, piombiamo nel bel mezzo di un matrimonio; la proprietaria del reclamizzato albergo immerso nel verde ci squadra e, facendo finta di consultare il registro, ci oppone un diniego. E dire che quest’anno abbiamo una station wagon nuova, ma forse non siamo abbastanza presentabili, i miei capelli troppo lunghi e in disordine, i miei vestiti da poco prezzo, la nostra aria incerta e trafelata. Di fretta, non vediamo le bancarelle dei libri, non vediamo il centro medioevale. 

Irritatati ci dirigiamo verso Aulla, la città il cui sindaco ha fatto mettere il divieto di sosta per le prostitute. Paese suggestivo, ma ad una prima occhiata troppo piccolo e moderno, con tanti cantieri aperti. Ci sembra poco adatta ad un soggiorno piacevole, come lo intendiamo noi. Mia moglie compulsa nervosamente il telefonino, troviamo una sistemazione a Sarzana. Sono io in verità che faccio pressioni per questa meta, trascinato da ricordi subliminali di letture infantili, vecchie antologie scolastiche.

Troviamo alloggio in un confortevole albergo di una grande catena. Dalla finestra possiamo mirare sulla collina di fronte la fortezza di Sarzanello, di notte illuminata con un suggestivo effetto cartolina. Dopo un'ora diluvia.

Mia moglie fotografa il meraviglioso arcobaleno che fa come un grande ponte sull’Aurelia dopo che il temporale è finito. Io mi siedo sulla poltrona a riposarmi dopo le quattro ore di guida ininterrotta. La sera decidiamo di fare due passi in centro, ma ha ripreso a piovere per cui preferiamo cenare nel ristorante annesso all’albergo. Atmosfera raffinata, musica soft di sottofondo, i camerieri che passando fra i tavoli urtano in continuazione delle povere piante arse. Intimoriti, ceniamo silenziosi, a testa bassa. Anche gli altri clienti non sembrano rilassati. Dopo qualche bicchiere di vermentino ci scappa da ridere, osservando sfrontatamente i vicini di tavola. Il conto è salato. 

Ci trasferiamo in un albergo a due stelle del centro, meno caro. Appena parcheggiata la macchina, un signore ci corre incontro vantando un diritto di precedenza sul parcheggio. Visto che non abbiamo nessuna intenzione di andarcene, diventa prima petulante poi vagamente aggressivo. Si rivolge alla proprietaria, una donna matura e un po’ volgare, dalla gentilezza forzata. La cosa non ci riguarda, abbiamo pagato come il nostro amico e abbiamo i suoi stessi diritti. Portiamo i bagagli in camera. Mi stendo sul letto, inquieto, queste vacanze mi hanno già stufato. 

A Sarzana non c’è molto da vedere, ma a me piace questa vita che scorre lenta e la piazza con le panchine, i colombi e la gente che passa in bicicletta, si saluta, si ferma a chiacchierare. Il caffè sotto i portici è suggestivo e semideserto, i ragazzi si rincorrono e si corteggiano, i bambini giocano a pallone, incuranti del brutto monumento che sta nel centro dello spiazzo, le donne si fermano davanti alle vetrine. 

La sera, la piazza ospita qualche concerto, cui, per analfabetismo musicale, si assiste distrattamente, godendosi la frescura; l’aria è già pungente pur essendo soltanto in agosto. La cattedrale fa capire che Sarzana viene da lontano, da una civiltà illustre. De Sanctis la cita nella sua irrinunciabile Storia della letteratura italiana come uno dei più importanti liberi comuni . Si dice che i Bonaparte fossero di qui. 

Intanto l’arroganza del nostro vicino di albergo dà nuova prova di sé. Al momento di andarsene la mattina alle sette, ci sveglia con i suoi saluti, urlati, all’albergatrice, annunciando con enfasi che se ne sta andando, come se a noi ce ne fregasse qualcosa. 

La stazione di Sarzana è piccola, ma treni passano a tutte le ore. Nel tabellone degli arrivi e delle partenze risuonano i romanzi di Cassola: Pisa, Viareggio, Massa con le loro secolari pinete. 

Naturalmente molti sono i treni che vanno a La Spezia. Una domenica saliamo su uno di questi. La Spezia ci sembra una città tetra. L’aria che si respira vicino alla stazione sa di petrolio. Più in là gli edifici, a molti piani, di una certa bellezza geometrica, sembrano essere dimenticati, ricoperti da una coltre di smog. Il tutto assomiglia a una triste periferia industriale e se Ferrara fa pensare ad un quadro di De Chirico, qui viene da pensare a Sironi. Persino la piazza è occupata da armature metalliche per consentire alle macchine di parcheggiare. 

Altre suggestioni suggeriscono il porto e il golfo. Il mare, le navi e il paesaggio sono incantevoli e richiamano ricchi commerci, il coraggio di sfidare il nuovo, il mischiarsi con altri popoli e altre culture. Si avverte la vicinanza della Sardegna anche nella fisionomia delle persone che si incrociano. Restiamo colpiti dalle palme, esotiche,maestose ed evidentemente a loro agio in questo clima. I traghetti promettono poetiche circumnavigazioni delle famose località turistiche della zona. Codardi, ma non senza rammarico, rinunciamo, timorosi di fare la fine del topo, oppure di vomitare per tutta la traversata. 

Lungo il mare ci fermiamo in un ristorante, uno dei pochi aperti all’ora di pranzo. Il locale è affollato, i cibi saporiti. Molti i vecchi, che si mischiano con disinvoltura alla gioventù. C’è un’atmosfera di allegra convivialità, da quadro impressionista. Sulla strada del ritorno vediamo soldati di marina con le loro divise bianche e blu, aggrappati ai telefoni per chiamare la mamma o la fidanzata ed annunciare, affannati, il loro imminente ritorno. Molti i marocchini che, nei pressi di qualche chiosco, spacciano impunemente ed impudentemente droga. Una prostituta, dalle lunghe gambe magre e nude, nel caldo del meriggio, porta a spasso il cane e la propria fragile identità e si ferma a conversare con due anziani, incerta su dove dirigere la propria vita. 

Il giorno dopo facciamo tappa a Levanto. Qui vecchio e nuovo convivono con contrasti a volte stridenti. Il mare è bello, gli edifici storici anche. Un posto incantevole per farci una vacanza e, a quanto si dice, anche per abitarci, coltivando l’orto, lontani dalla pazza folla. Mangiamo delle trenette al pesto non memorabili, ma la visita al borgo storico ci ripaga.

Riomaggiore è fiabesca. Le strade strette e tortuose, le scalinate ripide, che collegano una strada all’altra, gli scogli, le barche, il mare turchino, i vigneti a picco, producono una piacevole sensazione di straniamento, tanto l’esperienza estetica che si compie è fuori dal comune. Molti i giovani che, con zaino in spalla si avventurano affaticati lungo i serpeggianti e romantici sentieri a picco sul mare, vagabondi del Dharma, puritani dell’on the road, interpreti simpatici di un turismo che diventa rito di iniziazione, testimonianza di un modo altro di intendere la vita. Una ragazza con gli occhiali mi sorride, malinconica e sudata, sotto il peso che porta sulle spalle, ma deteminata a portare a termine la propria missione di viaggiatrice. 

Sogno di fermarmi a leggere, al tramonto, seduto sugli scogli, mentre i flutti si frangono regolari, qualche classico la cui lettura ho sempre rinviato. E’ possibile che la riflessione, condotta in un luogo come questo, produca autentici tesori di profondità e di bellezza. Scontato, ma Montale era o no di queste parti? 

Le Cinque Terre sono piuttosto inaccessibili, specialmente se non si è della zona. Con il treno si trascorre quasi tutto il viaggio in galleria, al buio, interrotto da brevi, ma lancinanti squarci di luce e di mare. La più bella, ma la vediamo in una stampa alla stazione di La Spezia mi pare Vernazza, un paese di pescatori, aggrappato ad uno scoglio, che sembra simboleggiare dell’eterno amore-odio tra uomo e Natura.

 

Pagina aggiornata il 23.10.00
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Valentino Sossella