Rimini

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Il rilievo massmediale attribuito a Rimini come simbolo dell’edonismo contemporaneo è noto. Si associa Rimini al divertimento, alla calda estate, al mare, alle discoteche, alla trasgressione erotica e culinaria, alla musica assordante. Qui Sacchi ha sperimentato il suo calcio avveniristico e i muscolosi rossi del Rimini mettevano spesso in difficoltà l’elegante Spal a Ferrara, che pur ha visto passare fior di allenatori. Immancabili, per i più colti, i riferimenti ai film di Fellini o al romanzo di Tondelli. 

Spinti da molti di questi stimoli partiamo. Imbocchiamo una Romea intasata di traffico. La Uno presto diventa rovente, l’aria calda ci soffoca. La camicia, chiazzata dal sudore, si appiccica alla pelle. Pessimo autista, guido agli 80 costanti. Qualsiasi furgone, camion, autotreno, TIR mettono a dura prova la mia scarsa abilità di pilota, quando tento di superarli. Le esalazioni dei gas di scarico mi intossicano e mi inebriano. Totalmente privo di senso dell’orientamento, mi sarei già perso, se non fosse per mia moglie che è una paziente navigatrice. 

Sfioriamo Ravenna e il pensiero corre ai mosaici, all’arte, a Bisanzio, alle vicende di Teodorico e Amalasunta. Qui, dove tante auto passano indifferenti, c’era la capitale di un Impero, qui torme barbariche calavano dal Nord seminando il panico. Un turismo colto e cosmopolita ha da anni queste zone come meta preferenziale. Guardo intorno la campagna padana, desolata e per questo affascinante. Pini nostrani costeggiano le strade dell’interno. 

Passiamo davanti alla Ca del Liscio dei Casadei, paradiso per pensionati, che, si dice l’affollino, amanti di una musica che a me ha disturbato la digestione sin dalla più tenera età. Paesini si susseguono lungo la strada. Paesini e cartelloni pubblicitari e capannoni e campi coltivati. Da uno di questi centri proviene Tonino Guerra, poeta bucolico e cineasta. 

Finalmente i semafori si infittiscono e si entra in città. Attraversiamo il Ponte di Tiberio, sul Marecchia, stanchi, mentre una macchina ci strombazza dietro. I riminesi guidano con aggressività. La Romagna è terra di motori. Veniamo affiancati da un cinquantenne in vespa che ci chiede se vogliamo ci procuri un albergo; la sensazione è di essere sbalzati negli Anni Cinquanta. Non abbiamo prenotato, siamo in luglio, alta stagione; confido nell’abilità pratica di mia moglie e nel fatto che non è ancora mezzogiorno e del tempo ne abbiamo per trovare alloggio. 

Vicino al mare è un pullulare di alberghi monoblocco maestosi, con annessa piscina e di pensioncine dall’aspetto curato. Ad un’estremità, isolato e inaccessibile, evocatore di piaceri orientali, il Grand Hotel. Le strade, profumate dalla resina degli alberi, sono pulite . I prezzi accessibili. 

Il sole a picco illumina comitive di ragazzi chiassosi, rigorosamente con occhiali alla moda, in preda all’eccitazione vacanziera. Decidiamo per una pensioncina linda, dove ci accolgono con cortesia e dove c’è una cameriera carina, con belle gambe. La sistemazione è precaria; la stanza, sopra le cucine, era originariamente una singola. Il letto matrimoniale, i comodini e l’armadio occupano quasi tutto lo spazio, costringendoci a movimenti innaturali per raggiungere la porta e il piccolo bagno. La lampadina di un’abat-jour è fulminata. Accettiamo comunque, tanto dobbiamo solamente dormirci. Dopo un po’ ci procurano un piccolo televisore. La mattina presto siamo svegliati dallo spignattamento e dal vociare dei cucinieri. 

Iniziamo la vita di spiaggia. Una fungaia di ombrelloni accatastati l’uno all’altro; le radioline dei vicini impediscono di leggere, di conversare o semplicemente di rilassarsi . A partire dalle cinque del pomeriggio, gli altoparlanti dei bagni iniziano a diffondere ad alto volume musica anglosassone, che ignoro e canzonette italiane sulla cui melensaggine sono in grado di testimoniare. Vicini di ombrellone abbiamo due tedeschi, un ragazzo e una ragazza, ineleganti come lo sanno essere spesso i turisti tedeschi, ma educati e, lei, graziosa. Molto intangibili. Abbandonata la spiaggia, si cerca rifugio nei bar vicini al lungomare, dove ti svenano per un succo di frutta. Per darci importanza assumiamo un’aria alcolica e distaccata, scottfitgeraldiana. 

Quando facciamo ritorno al nostro alberghetto, mesti, con le espadrillas intrise di sabbia, siamo affiancati da una fiumana di gente triste, abbigliata in fogge impossibili, per lo più colorate e floreali. Mi viene da pensare che, più che turisti , sembriamo dei deportati. Dopo un paio di pasti ci accorgiamo che il cibo è immangiabile; la minestra è scotta; molti piatti, insipidi, sembrano preparati con gli avanzi del giorno prima. Se si chiede una minima variazione del menù ci si scontra con la faccia risentita della gestrice. Nessuno dei commensali si cura dell’abbigliamento. Lo sbracamento è totale. Ciabatte, canotte, capelli in disordine. A parte una comitiva chiassosa, il resto consuma il proprio cibo quasi in silenzio. 

Decidiamo di pranzare in una rosticceria vicina. Tortellini, lasagne, pizza, decenti. Con l’intento evidente di allontanare i clienti hanno messo a contatto con il pubblico una signora dai modi spicci e ostili, un Cerbero che toglie la voglia di mangiare, di pagare e di ritornare. In una trattoria di via Vespucci va meglio, a parte l’abitudine di spargere troppa panna su tutti i piatti. Affoghiamo la delusione nel Sangiovese e nel Trebbiano, correggendo il leggero stordimento con il caffè. Dove sono le tagliatelle, il brodetto, la porchetta? Mia moglie rimedia due piadine al prosciutto che ci consolano. 

Confidiamo nella notte riminese, per i rotocalchi il massimo della vita. Molte famigliole passeggiano per la Rimini marinara mentre il centro della città rimane, in estate, disabitato. Un centro completamente staccato dall’altra Rimini, quella marinara e sardanapalesca, che noi scopriamo deserto, silenzioso, elegante, pensoso e carico di storia. Qui erano insediati i Malatesta, autori di grandi gesta e di atrocità. Sulla strada per arrivarci, molte le rovine romane. 

In via Vespucci, di sera, si incontrano le turiste tedesche, poche, e i "vitelloni" che le corteggiano; qualche storia sembra andare in porto. Ci sono drogati in cerca di riempire il tempo o di chissà che cosa e il nostro compagno di albergo che si avventura sul lungomare, forse a finanziarsi le vacanze con qualche marchetta. Un fotografo di strada ci immortala dopo un litigio e ci dà il biglietto da visita per ritirare la foto l’indomani, dove, come al solito, mi scoprirò più grasso di come mi percepisca. 

E’ vero, vedo lo scrittore Pontiggia e la figlia di Fantozzi. Ma per il resto tante famiglie piccolo borghesi, noiose, grigie, abbandonate a se stesse nello struscio continuo davanti ai negozi. Un solo locale, semivuoto, ha un cantante di piano bar che intrattiene il pubblico. Un vecchio lo ascolta, lo applaude, dopo un po’ si addormenta sulla sedia. 

Il sabato notte si avverte una strana elettricità. Arrivano i giovani con auto lucide di grossa cilindrata, in attesa di raggiungere le discoteche. Già, le discoteche. Passiamo davanti ad un locale squallido, tinto di giallo, dove una notte un ragazzo ubriaco accoltella una diciottenne perché ha rifiutato le sue avances. Soltanto al ritorno apprenderò dai giornali che quello che a me appariva un magazzino è una delle discoteche di tendenza più famose d’Italia. Mi esercito con i videogiochi, per me una scoperta, specialmente quelli di simulazione calcistica. Divento pressoché imbattibile e mi congratulo con me stesso di questa acquisita abilità manuale. 

In alternativa alla spiaggia, un pomeriggio, andiamo all’Italia in miniatura. Strani posteggiatori in canottiera, pantaloncini corti, berretto da baseball ci invitano a parcheggiare davanti a un ristorante vicino con non ricordo quale proposta truffaldina. Alle nostre proteste lasciano perdere. Dentro è colmo di gente. A me sembra una spiacevole regressione all’infanzia . La gente si diverte da morire nel contemplare le architetture di marzapane. Dopo un giro panoramico in trenino e una sbirciata sommaria alla nostra penisola, mi parcheggio in un bar. 
La stessa impressione di noia ,vacuità e stanchezza me la procura Mirabilandia, che visiteremo sulla strada del ritorno. 

Facciamo anche tappa a San Marino. Le colline per arrivarci sono rotonde ed incantevoli; il paesaggio in pochi chilometri, dopo la linearità della pianura, cambia d’improvviso. L’Italia è bella, Dio esiste. Sarà per il caldo o per la decrepitezza del motore, ma quasi all’apice dell’ascesa la spia della temperatura d’improvviso avvampa, impedendoci di continuare. Accostiamo al ciglio della strada premonendo ferraglie incandescenti, ingranaggi fusi ed inservibili. Speriamo che il freno a mano funzioni , dubitando di poter trovare un meccanico, la domenica, in un posto isolato. Poco più avanti dei ragazzi hanno organizzato un picnic in uno spiazzo. Ci chiedono se il posto serve a noi. Non hanno capito. Ma va bene così, l’aria fresca e la calma attorno danno benessere. Siamo della "razza che rimane a terra".

 

Pagina aggiornata il 23.10.00
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Valentino Sossella