Marina di Grosseto

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Pur essendo uno spirito prudente, per nulla incline all’avventura, non amo pianificare i viaggi, preferisco decidere all’ultimo momento, secondo l’estro. Questa tappa a Grosseto non era prevista, ma ci rimane qualche giorno e ci è venuta la voglia di vedere il mare. 

Ci si schiudono davanti, dopo tortuose montagne, gli ampi orizzonti della Maremma, paesaggio aspro e selvatico con distese disabitate e un cielo azzurrino dominato da enormi nuvoloni bianchi. Lambiamo Grosseto, di cui vediamo quartieri periferici moderni, non ancora perfettamente urbanizzati, anonimi e freddi. Il mare è vicino e tra Grosseto e il mare non c’è praticamente niente da vedere se non natura. 

Sarà perché siamo a settembre e c’è aria di smobilitazione, ma Marina ci appare un paese dimenticato, un avamposto umano messo lì a contrastare la furia degli elementi. Avverto una sensazione di irrealtà, di straniamento, davanti a questo paese sonnolento, quasi deserto, con costruzioni edificate casualmente, precariamente. Si respira silenzio e rassegnazione; le poche persone che ci abitano frequentano i dimessi negozi del centro, dove si possono comprare merci non pubblicizzate. Le barche sono attraccate, semiabbandonate al porto, in giro c’è qualche soldato; all’edicola non si reclamizzano i grandi quotidiani nazionali, ma qualche giornale satirico o il foglio locale con i banali fatti di cronaca che riflettono la vita di tutti i giorni; non c’è traccia delle grandi questioni internazionali. 

Nonostante il sole sia ancora caldo e bisogni fare attenzione a non esporsi troppo per non scottarsi, sulla spiaggia non c’è quasi nessuno, salvo una coppia che, un po’ per esibizionismo, amoreggia non distante da noi. Lui un magro signore barbuto con bracciale di cuoio e crocifisso di legno, lei non giovanissima, ma ben fatta e con un bikini succinto. 

In lontananza, coperti da una lieve foschia, si vedono i monti dell’Uccellina. Dall’altra parte, a pochi chilometri, la più mondana e pittoresca Castiglione della Pescaia, dove, si mormora, quest’anno soggiorni Richard Gere. La guida che sto leggendo dice che qui erano frequenti le incursioni dei Saraceni; un brivido mi fa scrutare il mare per carpirgli qualche arcano, atroce segreto. 

Una lavagna appesa ad una bottega annuncia che nei prossimi giorni sarà possibile gustare il cacciucco e l’acquacotta. Davanti ad un negozio di fotografo ci sono le solite foto dei butteri a cavallo, quelle che compaiono su tutti i libri e le riviste. Di butteri, con i loro costumi tradizionali, non ne vedremo neanche uno; vediamo però dei pastori con i loro greggi. 

Qualche gatto ciccione carpisce da un sacchetto delle leccornie, ma lo fa stancamente, perché già troppo sazio, allungandosi mollemente, con garbo, alle nostre carezze. 

A cena, sparute tavolate di amici tirano tardi, innaffiando abbondantemente il pasto con del bianco locale. Risate di rito, tristezza ed allegria. Abbronzati ci sediamo pigramente all’aperto, sulle panchine deserte, preda di una noia ristoratrice. Ci dispiace andarcene.

 

Pagina aggiornata il 23.10.00
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Valentino Sossella