Come spesso capita nella vita, le grandi
attese creano delusioni. Il traffico caotico
dell'autostrada all'approssimarsi della città mi mette
di malumore. Ad un autogrill, stanchi, facciamo sosta per
mangiare un panino e fare il punto della situazione. La
ragazza dell'Ufficio Informazioni è cortese, ma si
spazientisce facilmente quando le chiediamo lumi
ulteriori, forse perché c'è ressa e lei è da sola e
fuori pioviggina.
Prenotiamo una camera in un albergo vicino a Santa Maria
Novella.
Arrivati in città, già la sentiamo ostile; la
circolazione avviene su sei corsie, le macchine stanno
avvinghiate l'una all'altra, i fiorentini mostrano scarsa
simpatia per chi, essendo forestiero, manifesta qualche
incertezza sulla direzione da prendere.
Parcheggiamo fortunosamente vicino all'albergo. Le valige
sono pesanti da far sudare. Il gestore alla reception, si
fa per dire, un uomo corpulento e già in là con gli
anni, sonnecchia per la maggior parte del tempo o se ne
sta a capo chino a fare parole crociate. Quando si muove
lo fa sempre lentamente e di malavoglia. Ricorda il servo
di Oblomov o certi personaggi conradiani, di quelli che
un losco segreto alle spalle rende laconici.
Passiamo la
mattinata bighellonando per la città e facendo le solite
foto accanto ai monumenti. Piazza della Signoria, nel
pomeriggio, ci sembra impari alla propria fama e troppo
piccola per una città così grande. Il problema è che
labbiamo vista dopo la strepitosa Piazza del Campo.
Passiamo in rassegna Palazzo Vecchio, gli Uffizi, Ponte
Vecchio. Davanti agli Uffizi centinaia di persone, fanno
pazientemente la coda per potere entrare a mirare i
capolavori dellarte italiana, non so con quanta
competenza e godimento. Palazzo Pitti mi colpisce per
limpressione di potenza che comunica e resto
ammirato anche da Palazzo Strozzi. Queste dimore
fiorentine contribuiscono a perfezionare la percezione
della grandiosità del Rinascimento italiano.
Quieto e
favorevole alla riflessione il giardino di Boboli, che si
inerpica sulle colline e da cui si può godere una vista
panoramica della città. Un particolare mi colpisce: la
tolleranza per i numerosi gatti, troppo paffuti per
essere randagi e che si offrono pur con qualche titubanza
alle carezze cosmopolite dei visitatori. Si intonano
perfettamente allambiente, con la loro quiete ed i
movimenti flessuosi e la loro socievolezza incoraggia il
turista ancora disorientatato.
In unosteria di
Borgo San Lorenzo mangiamo la pappa al pomodoro e
larista con i fagioli, piatti squisiti. I gestori
mi apostrofano con battute salaci, ma sono simpatici e
questo è il loro originale modo di agganciare i clienti.
Anche il mercato è una lode della Firenze popolana; le
bancarelle stipate offrono merci e carabattole di ogni
tipo e cè un continuo scambio verbale con i
possibili acquirenti che testimonia lo spirito mercuriale
del commercio.
Lindomani visitiamo il Lungarno
soffermandoci a mirarne i leggendari palazzi,
interpretandoli sulla base dei sapidi aneddoti di George
Kent, la cui guida abbiamo acquistato su una bancarella,
a prezzo scontato.
Siamo dove Forster ha ambientato la
famosa Camera con vista e ciò ci inorgoglisce. Passiamo
davanti agli alberghi da un milione a notte e a me sembra
strano che uno possa addormentarsi pensando di dover
sborsare tanto.
Prospicente ad un ampia piazza, il caffè
Le Giubbe Rosse, ci si para dinnanzi. E un pezzo
della storia letteraria italiana del Novecento; ma, visto
da fuori, non dà alcuna emozione, sembra un locale
qualunque.
Per il resto Firenze è una città fatta di
ampie strade, di negozi che vendono prodotti griffati, di
rumore, di fretta: la modernità e la televisione hanno
uniformato tutto. Quando partiamo non cè ombra di
nostalgia dentro di noi.