Casale Monferrato, Asti e Alessandria

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Il treno semideserto attraversa campi e risaie a bassa velocità ed io penso che si dice un gran male delle ferrovie, ma che questo viaggio è confortevole; per poche lire si ha a disposizione un intero scompartimento e, senza l’impaccio del volante, si può mirare il paesaggio e abbandonarsi alle associazioni dei propri pensieri. 

Ci capita sempre più spesso di viaggiare in treno; raggiunta in auto una città che fa da base, ci serviamo volentieri del treno per brevi visite alle città vicine. E’ un modo per osservare l’umanità che si raccoglie nelle stazioni, popolate ai nostri giorni da individui marginali, da umiliati e offesi che difficilmente si fanno vedere nei ricchi centri storici, con i loro negozi di lusso. 

Gli unici crucci sono le sterpaglie che, crescendo lungo i binari, a volte intralciano la vista e lo stato di abbandono di certe stazioncine, con le porte divelte, i vetri rotti, le cartacce. Ma questa è l’Italia, con milioni di senza lavoro e i binari abbandonati. 

Ci hanno condotto a Casale le suggestioni letterarie di Brandi e Alvaro. La città che ci accoglie all’immediata uscita dall’autostrada ci appare subito piccola e graziosa, facilmente attraversabile in auto, senza ingorghi fastidiosi e soste snervanti ai semafori. Dopo aver trovato un facile parcheggio in centro, ci sediamo su una panchina dei giardini a mangiare pane e mortadella, infastiditi dalle zanzare, aggressive nonostante l’ora antimeridiana e la calura. 

L’albergo che abbiamo prenotato è in pieno centro; la stanza che ci viene assegnata è spaziosa e confortevole. Facciamo presto amicizia con il cagnolino dei gestori, il quale prima ci abbaia con diffidenza, poi scodinzola per ottenere la nostra attenzione e le nostre carezze. 

La notte è un inferno. Un imbecille, per dimostrare la propria virilità , continua a sgommare sino alle quattro del mattino, girando attorno ad un parcheggio. Poiché la stupidità è contagiosa, altri suoi coetanei fanno riprese rumorose con le moto. Tutto per impressionare un gruppo di smorfiose lolite, che sghignazzano, rapite, in disparte. Siamo alla comunicazione preverbale, da trogloditi tecnologici. Nessuno protesta, tutti subiamo questo supplizio, a cui non c’è scampo, obbligando il caldo afoso a tenere aperte le finestre. Inutile imprecare, invocare i metodi del sindaco di New York, Giuliani, sicuramente efficaci, semplici, sicuri. Lo storico Piemonte, terra di ordine e disciplina militareschi, la regione che fece l’unità d’Italia, la patria del riformatore Cavour, è alla mercé della consumistica maleducazione giovanile e di amministratori probabilmente con le mani legate. 

Il castello di Casale, suggestivo e testimone di un passato glorioso è quasi sepolto dalle erbacce, abitato da qualche gatto randagio; il giardino di fronte è ricoperto da ogni sorta di schifezze. Peccato, perché la città è bella , con l’impianto viario settecentesco e i ritmi flemmatici della città di provincia, fedele alle proprie solide origini contadine anche nel nome, e il grande fiume, il Po, che la lambisce, silenzioso. 

Dalla finestra della nostra camera è possibile vedere le colline, suggestive con le romantiche case coloniche, i fienili, i campi geometricamente coltivati. Il mercato, che si svolge su una piazza immensa, è affollato; la grande distribuzione della società postmoderna non ha ancora cancellato questo vecchio modo di vendere degli ambulanti, fatto di grida, piccole rappresentazioni, dialetto. 

Delizioso il bar del centro, prospiciente alla accogliente piazza, più che un bar un autentico caffè, con le poltroncine di vimini sotto il porticato, dove fermarsi l’intero pomeriggio, a leggere i giornali o a conversare o ad osservare il passeggio delle belle ragazze della città, aspettando che il caldo si faccia più sopportabile. Per il caldo, molte hanno graziose minigonne che lasciano a volte intravedere lembi di mutandina, da far venire la voglia di affondare il viso tra quelle cosce nude, dolci e ben tornite e perdersi per sempre. 

Al caffè è frequente vedere contadini concludere, senza fretta, davanti a un bicchiere di vino, le loro transazioni economiche, con un rituale garbato sedimentato dagli anni. I ristoranti, i più frequentati almeno, sono tutti in mano ai napoletani. Napoletani sono pure i camerieri, che hanno un modo sbrigativo di trattare il cliente, arrivando a sottili maltrattamenti. I piemontesi sembrano non farci caso ed è curioso, che in terra di leghismo, si preferiscano gli gnocchi alla sorrentina o la pizza ai piatti e alla cucina piemontesi. Anche bighellonando per la città l’idioma che si ascolta di più è il siciliano o il napoletano. I soldati qui di stanza, sono meridionali. Per pregiudizio provinciale e un po’ razzista mi chiedo se questa massiccia presenza meridionale nasconda loschi affari. 

Non mancano librerie ben fornite e negozi storici come quello che distribuisce i biscotti krumiri originali, in eleganti scatole metalliche con effigiato un signore dai baffi ottocenteschi. Difficile, alla stazione, ottenere l’attenzione dell’impiegata alla cassa, che ci guarda un po’ scocciata ed incredula che vogliamo usare il treno. A parte la neghittosità che, di solito, contraddistingue il dipendente pubblico nell’esercizio delle sue funzioni, Dio ne scampi se indossa pure una divisa, ci colpisce lo stile asciutto dei piemontesi nelle relazioni sociali, il rifuggire da ogni prolissità verbale, da ogni smanceria, qualità che, se ben dosate, sono, peraltro, positive. 

Il capostazione, intanto, annuncia l’arrivo e le partenze dei treni con una dizione incomprensibile, mangiando e strascicando le parole, annoiato, inducendo disorientamento nei passeggeri sulle banchine. Per Vercelli esiste solo il sevizio di pullman, in partenza dalla stazione. Non ci andiamo. Andiamo ad Asti e ad Alessandria. Facciamo una sosta a Penango. 

Paul Morand, in un suo libro di viaggio, afferma che sono sufficienti anche poche ore di permanenza per farsi un’idea di una città. Se è vero, Alessandria mi ha fatto l’impressione di una città elegante, con bei palazzi del settecento, spaziose piazze e mi sembra essersi ripresa brillantemente dall’alluvione di qualche anno fa. In centro si lavora alacremente al rifacimento delle strade. Le donne sono eleganti, la vita procede operosa. Sotto i portici, vicino al municipio ,è possibile consumare un pasto di buona qualità con qualche migliaio di lire e con un servizio eccellente. Mi colpisce negativamente la piazza centrale adibita a parcheggio: non mi piace. 

Asti mi pare più fredda, con incombente e ammonitoria la figura di Vittorio Alfieri. Notevoli alcune chiese e elegantemente protettivi gli ampi portici del centro. Nel ristorante dove ci fermiamo per il pranzo il cibo è insipido, il prezzo non lo è. 

Le colline tra Casale e Asti, basse, rotonde, sono decorate da vigneti, disposti con puntiglioso ordine. Molte le vecchie case rurali diroccate e l’insieme dà l’idea del lavoro duro e poco remunerato. 

Si dice che il paesaggio del Monferrato sia quasi identico a quello delle Langhe, dove non andiamo per colpevole pigrizia e per non turbare eccessivamente il borsellino. Ci accontenteremo di assaporarne l’aroma leggendo i libri di Fenoglio, di Pavese, di Revelli.

 

Pagina aggiornata il 23.10.00
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Valentino Sossella